Il convegno “Lav(or)ando con le imprese”: genesi, stato dell’arte e sviluppi futuri per il territorio

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Un seme lanciato in un terreno fertile, dove l’accoglienza e l’inclusione maturano assieme alla ricerca del giusto profitto e della qualità. Questo, il valore ultimo del convegno “Lav(or)ando con le imprese – Dal lavoro in carcere a una rete di imprese accogliente”, che l’8 marzo a Cagliari ha presentato il progetto Lav(or)ando alle aziende, associazioni ed enti operativi sul territorio regionale sardo.

La mattina di lavori, coordinati dalla giornalista Maria Luisa Secchi, è stata occasione per portare all’attenzione dell’opinione pubblica la genesi e lo stato dell’arte del progetto, avviato due anni fa nella casa circondariale “Ettore Scalas” di Uta, con la gestione diretta da parte di Elan Società Cooperativa Sociale e il sostegno della Fondazione con il sud.
Nella prima metà del suo percorso quadriennale, ha attivato nove percorsi personalizzati di inserimento sociale e lavorativo, all’interno della lavanderia industriale già presente nella struttura penitenziaria e potenziata con l’inserimento di nuovi macchinari, destinati a soddisfare il fabbisogno interno alla struttura, ma anche le prime commesse arrivate dal mercato esterno, per esempio quella dei Vigili del Fuoco.

Ed è proprio all’esterno, che ora volge lo sguardo il progetto. Il coinvolgimento delle imprese è funzionale sia in un’ottica imprenditoriale, per consentire a Lav(or)ando di raggiungere una propria autonomia e solidità economica; sia in chiave sociale, come strumento di creazione di una rete imprenditoriale inclusiva e accogliente, che offre una nuova possibilità di reinserimento e riabilitazione alle persone che hanno sbagliato, sostenendole nella riscoperta delle competenze professionali personali, ma anche nel recupero della propria dignità e autostima.

Tanti, preziosi e differenti, gli interventi che si sono susseguiti durante il convegno, aperto dai saluti di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il sud. Dalla giustizia riparativa e importanza della funzione rieducativa della pena, fino ai vantaggi per i destinatari e per la comunità passando per le difficoltà connesse all’attivazione di percorsi di inserimento sociale e lavorativo e la necessità di un dialogo tra gli attori coinvolti, il tema del lavoro nelle strutture penitenziarie è stato affrontato nelle sue tante sfaccettature, idee e proposte. Tutte proiettate a far attecchire una nuova visione economica, dove la ricerca del profitto e della qualità della produzione sappiano procedere di pari passo con l’accoglienza, la rigenerazione delle persone, la restituzione della dignità lavorativa e professionale.

In questa prospettiva, il progetto Lav(or)ando promuoverà a breve l’ adesione a un marchio, finalizzato a costituire una rete stabile tra attori chiave istituzionali, privati e terzo settore, per favorire il superamento dei processi di esclusione sociale dei detenuti e, in parallelo, l’incremento della sensibilità verso il tema dell’inclusione e della responsabilità sociale d’impresa.

Gli interventi (abstract – il video integrale del convegno è disponibile al seguente link https://youtu.be/0Wd2tZ3oUOI)

Carlo Borgomeo (Presidente Fondazione con il sud). “Siamo molto soddisfatti di aver sostenuto questo progetto. Abbiamo scoperto un po’ in ritardo il tema della detenzione ma, una volta pubblicato il bando, abbiamo riscontrato una partecipazione incredibile: sono arrivate novantatré proposte, per tutti gli istituti di pena del sud, il che ci ha fatto capire quanto forte sia la domanda su questo tema. Le istituzioni purtroppo sottovalutano questo argomento, è necessario richiamare l’opinione pubblica. L’inserimento lavorativo è un bene per i destinatari, per le loro famiglie e la comunitàm intera. E’ una battaglia che dobbiamo condurre con sempre maggiore determinazione”.

Giuseppe Baturi (Arcivescovo di Cagliari). “Nel suo messaggio per la 55a Giornata mondiale per la pace, Papa Francesco indicava come priorità per la pace il lavoro, fattore indispensabile per costruire e preservare la pace, è espressione di sé e dei propri doni, si lavora sempre con o per qualcuno. Il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello. E’ un insegnamento antico: già nel 1981, papa Giovanni Paolo II parlava del lavoro come strumento non solo per trasformare la natura, ma anche per comprendere e realizzare se stessi come uomini e l’incremento del bene. Non si tratta semplicemente di sostituire una pena con il lavoro, ma di recuperare al bene comune un uomo. Spesso, sbagliando, pensiamo che il bene debba essere riservato solo alle attività che non generano profitto. Invece il bene è legato alla moralità, quindi ogni attività di impresa riveste così una valore sociale, è una buona prospettiva mettere insieme il mondo della giustizia e quello dell’attività economica. Già nel suo nome, Lav(or)ando mette insieme il lavoro e l’orazione, due dimensioni attraverso in cui l’uomo si realizza.

Roberto Mura (Vicesindaco Città Metropolitana di Cagliari). “Vedo qualcosa di profondo in quest’opportunità, mi viene in mente la parola perdono, come strada possibile e alternativa per chi ha sbagliato, in una convenienza non solo economica ma anche sociale, perché solo chi è perdonato stabilisce una relazione con gli altri. E’ inoltre la base della pace – io perdono, tu ricevi il perdono -, tema quanto mai attuale. Come amministrazione abbiamo bisogno di avere tutti i giorni davanti agli occhi il bene comune non astratto”.

Anna Tedde (presidente Elan Società Cooperativa Sociale). “Il progetto Lav(or)ando è nato durante la pandemia, oggi finalmente condividiamo con gioia la genesi e gli sviluppi. Il nostro cda è tutto al femminile, la nostra mission come cooperativa di tipo B è favorire – nel benessere della comunità – l’inserimento dei cittadini a rischio di emarginazione sociale in un contesto sociale, restituendo loro identità e dignità lavorativa. Il lavoro riveste così una valenza educativa, trattamentale e riabilitativa, è una fonte di reddito ma soprattutto un’opportunità. La nostra cooperativa ha sperimentato questa doppia valenza nel 2012, mettendo in funzione la lavanderia industriale all’interno del carcere minorile di Quartucciu, dove oggi due ragazzi regolarmente assunti a tempo indeterminato e affiancati dai tutor, occupati nell’esecuzione di commesse affidate dopo aver vinto gare d’appalto: si occupano dei beni dell’amministrazione penitenziaria, dell’istituto di pena, delle divise dei Vigili Urbani del Comune di Cagliari e gli indumenti da lavoro per Tecnocasic. Dal 2012, abbiamo avviato 60 percorsi di inserimento lavorativo e, nel 2019, abbiamo presentato il nuovo progetto per la casa circondariale di Uta, l’unico finanziato in Sardegna”

Elenia Carrus (Responsabile area inclusione – Elan Società Cooperativa Sociale) “E’ un progetto congiunto della cooperativa con la casa circondariale di Uta, il titolo stesso del progetto e il logo hanno in sé gli elementi di alternativa e rinascita, di ripartenza e quindi anche di possibilità di riscatto. Tutte queste cose le facciamo lavorando e lavando, sin dalla fase di ideazione e progettazione abbiamo previsto il coinvolgimento di diversi partner, che collaborano attivamente nel trasferire modelli positivi. Malgrado la sua collocazione all’interno di un contesto carcerario, la lavanderia che gestiamo in comodato d’uso è un’unità produttiva a tutti gli effetti, serve diversi clienti tra pubblici e privati: si occupa del ritiro, smistamento, lavaggio, piegatura, confezionamento e riconsegna della casa circondariale e, da un anno, anche dei vigili del fuoco di tutta la Sardegna. L’individuazione dei destinatari avviene attraverso una prima candidatura sul possesso di specifici requisiti, tra cui la pena non inferiore ai due anni e la possibilità di accedere ad attività lavorativa esterna. Terminata la selezione, i beneficiari vengono coinvolti in un percorso che prevede cinque mesi di tirocinio sociale all’interno della lavanderia, dove acquisiscono competenze trasversali e quelle di addetto alla lavanderia. Per i restanti cinque mesi è possibile inserirlo in aziende disponibili sul territorio, se può accedere al lavoro esterno. Diversamente, svolge quel periodo all’interno della lavanderia, con contratto di lavoro. Finora, sono nove i percorsi inserimento attivati sui ventiquattro previsti”.

Carlo Tedde (responsabile del progetto Lav(or)ando). “Un ulteriore investimento fatto sul progetto è stata l’applicazione di un sistema di tracciamento, che permette di non perdere i capi in entrata e uscita scansionati e di di contare quante volte siano lavati, un dettaglio importante anche per valutare il deterioramento dei dispositivi di sicurezza delle divise ignifughe dei vigili del fuoco. Questo sistema ci consente controllare al 100% processo attraverso un database. Tra gli sviluppi futuri, la realizzazione di un impianto fotovoltaico, l’attivazione di commesse che consentano al progetto di stare in piedi da solo, già in questa occasione, aiutare a sensibilizzare i cittadini sull’importanza di dare opportunità a persone che sbagliano. Mi piace molto citare una frase impressa su alcuni muri in città “i panni sporchi laviamoli insieme”, perché ritengo che questa – che definiamo infrastruttura economico educativa permanente – possa essere il punto di partenza di una economia circolare, dove a rimettersi in pista sono le persone. Il circuito innescato consente di ridurre le recidive, i costi della detenzione e, per contro, aumentare le imprese accoglienti, l’inclusione lavorativa, le persone rigenerate”.

Marco Porcu (Direttore casa circondariale “Scalas” di Uta). “Il lavoro è l’elemento più importante del trattamento penitenziario, solo attorno a una collocazione strutturata si può costruire un percorso di reinserimento davvero efficace. Basta considerare i principi fondamentali della nostra Costituzione per notare che il lavoro sia collegato alla libertà. Gli ospiti sono in prevalenza cosiddetti marginali dell’area metropolitana di Cagliari, o i migranti nei cui confronti il processo di integrazione non è funzionato, vissuto in un contesto di relazioni familiari compromesso, quasi sempre in condizioni economiche precarie. Il lavoro classico, quello svolto all’interno dell’amministrazione, svolto spesso a rotazione per garantire a tutti un’occasione lavorativa, non è sufficiente a rimuovere gli ostacoli di partenza. Questo ci ha spinto a coinvolgere il mondo del lavoro esterno, perché si realizzassero attività lavorative serie e strutturate, organizzate secondo le logiche del mondo lavorativo esterno. La cooperativa Elan ha aderito con entusiasmo questa sollecitazione, predisponendo un progetto articolato e la riorganizzazione della lavanderia industriale. Coniugare i requisiti di sicurezza e del trattamento è un passaggio molto complesso. L’auspicio è che l’attività possa continuare on sempre maggiore vigore e coinvolgendo numero sempre più alto dei detenuti, l’attivazione p diosti di lavoro veri è un elemento strategico per il nostro istituto, attiva un processo di reinserimento autentico. La nostra principale finalità è consentire alle persone di acquisire la dignità che avevano perduto o forse non avevano già in passato”.

Giovanna Allegri (istituto di pena minorile Quartucciu). “Quando si è presentata la prospettiva di aprire un’attività imprenditoriale all’interno del carcere, si è verificata una congiuntura fortunata che ha contribuito a dare avvio al progetto sia in termini economici che nel lavoro di rete sulla scelta comune di obiettivi strategici. La cooperativa ha compiuto investimenti importanti, nel tempo il lato imprenditoriale si è sviluppato sempre di più, è venuto in parte meno il sostegno iniziale e loro si sono affermate sempre di più confrontandosi con le esigenze di mercato e la ricerca di un sostegno esterno, creando uno scambio in termini di crescita e confronto con altre realtà del terzo settore e le istituzioni, che cercano di stare affianco all’organizzazione dell’attività quotidiana, nella creazione di un rapporto paritario finalizzato al raggiungimento degli obiettivi.
Nel parlare con i destinatari, è emerso il valore simbolico del lavoro e della retribuzione, fondamentale per far propria l’idea che attraverso il lavoro si possa ricostruire l’esistenza. Sono emersi anche il concetto di progressione, inteso come iniziare con poco e crescere nella fiducia reciproca, e la sensazione che il lavoro in cooperativa sia come stare in famiglia, grazie alla creazione di un sistema di relazioni nel gruppo di lavoro, dove il beneficiario diventa parte di un processo produttivo di cui conosce inizio e fine e fondato su tre elementi: concretezza, fiducia, comprensione”

Nicoletta Atzeni (Funzionario di Servizio Sociale e referente Settore operativo territoriale per la magistratura di sorveglianza – UIEPE Cagliari) . “Il nostro ufficio si occupa di esecuzioni di condanne all’esterno degli istituti penitenziari, abbiamo quasi 1900 persone in esecuzione, con diverse misure. Sicuramente questo progetto ha una valenza molto positiva, il lavoro è un elemento del trattamento molto importante, ma è un pezzettino della storia di una persona che sta tra un “prima” per capire se potrà fare quel progetto, e un “dopo”, non sempre positivo. Lo è solo se diventa un gradino con cui si continui a salire, ma spesso si torna indietro perché non si trova altro. Fondamentale è quindi la progressione nell’andare in avanti. Ciò che conta è quindi il “dopo” inteso non solo come opportunità professionale ma anche il recupero della credibilità sociale agli occhi della comunità. La sfida è creare uno spazio esterno che riaccolga chi ha pagato il proprio debito, la condanna penale è pesante ma anche quella sociale”.

Alessio Scandurra (coordinatore osservatorio condizioni di detenzione istituti di pena – associazione Antigone). “In Sardegna risulta complesso creare iniziative lavorative nelle strutture penitenziarie, perché spesso costruite troppo tempo fa, e la loro dislocazione risulta difficilmente compatibile con lavorazioni moderne. Il lavoro deve risultare al centro già al momento della progettazione, si parla di sovraffollamento ma inteso anche come ragionamento sulla capacità di un istituto di rispondere ai bisogni delle persone e garantire loro anche diritti e attività lavorativa, non solo come uno spazio fisico dove ospitarle. In base allo studio del nostro osservatorio, su base nazionale circa un terzo delle persone detenute (33,14%) durante le nostre visite svolgeva lavori, in media è pagato circa 7400 euro all’anno. Solo il 2,15% operava per datori di lavoro esterni, mentre il 2,26% seguiva corso di formazione professionale.
In Sardegna la media di detenuti impiegati in attività lavorative è più alta (52,73%), mentre risulta più bassa (0,76%) quella del lavoro in imprese esterne. Bisogna portare in carcere i privati, deve esserci lo sforzo e l’incoraggiamento di tutto il sistema, un cambio di paradigma è necessario”.

Vittorio Pelligra (docente Scuola di Economia Civile). “Il progetto Lav(or)ando è tra le misure che si ripagano da sole, si tratta di investimenti e non di costi, questi devono essere valutati non solo il termini di convenienza economica ma anche con un criterio di giustizia. Il senso di essere utili e persino indispensabili, è tra i bisogni vitali dell’anima, diceva Simone Weil. E’ questa la finalità ultima di programmi come questo: dare soddisfazione ai nostri bisogni fondamentali. Questo contribuisce al bene comune. Il concetto di giustizia non è unico, ma ha diverse declinazioni: quella commutativa, avere in proporzione a quanto si dà; quella distributiva, che prevede che i benefici vengano distribuiti in maniera equa, non solo i frutti ma anche le precondizioni, riducendo gli svantaggi di partenza; ancora quella riparativa, dove il reato non rappresenta tanto la violazione di una norma, ma di una persona, come gesto che ha ferito qualcuno, dove la reazione giusta non può che prevedere la riparazione di questa ferita; infine la giustizia contributiva, che impone il dovere di consentire la partecipazione anche economica, per contribuire al soddisfacimento dei bisogni. In questo modo, il lavoro riveste così il riconoscimento da parte degli altri e imparano a stimarci, non più solo un valore strumentale. Ecco perché una sovvenzione non può compensare la mancanza di contribuire al benessere della comunità. Quanto sopra si collega direttamente alla questione delle recidive: il delitto provoca il biasimo sociale e la mancanza di riconoscimento che, a sua volta, porta di nuovo al delitto. La catena si spezza con la fiducia che genera un senso di valore interno ed esterno nei confronti di queste persone, al bisogno di sentirsi degne e utili”

Antonio Fadda (Amministratore Smartlab – Spin off Università degli Studi di Cagliari)
. “La nostra indagine di mercato si è concentrata sull’attività locale di settore, che ha diversi sbocchi: privati, settore alberghiero e ricettivo, indumenti da lavoro, ambito sanitario assistenziale. Per la crescita del progetto Lav(or)ando, abbiamo ridotto il raggio d’azione a 30 km dal carcere per una migliore prossimità con il cliente. Sarà necessario fare una scelta tra specializzazione nel pubblico o privato”.

Gianni Pizzera (Responsabile sociale settore carcere – Cooperativa sociale 2000 di Monza) “Avviare un’impresa in carcere è una scommessa, che richiede vengano a incrociarsi le sensibilità che il nostro bagaglio porta, quella istituzionale, spirituale, morale. L’esperienza di una lavanderia interna alla struttura penitenziaria è nata a Monza, nel 2000, oggi il nostro fatturato ammonta a 400mila euro in tre istituti in Lombardia. Riteniamo fondamentale, ai fini del reinserimento, pensare subito a una collocazione esterna, avviare attività che possano integrarsi con la comunità locale perché non sia solo uno strumento di beneficio durante il periodo penitenziario”.


Ugo Bressanello e Damiana Culeddu (Fondazione Domus De Luna)
. “Abbiamo iniziato con l’accoglienza di ragazzi con storie di vita importanti alle spalle, pian piano ci siamo occupati anche degli adulti. La nostra filosofia è creare percorsi e cose belle che durino nel tempo e possano crescere in futuro. Oggi, tra l’Oasi del cervo e della luna del WWF, Exme’ e Cooperativa dei buoni e cattivi, lavorano circa ottanta persone, non tutte provenienti dal penale. Attraverso il lavoro sul campo, cerchiamo di capire le vocazioni dei ragazzi, attraverso le competenze già possedute o da sviluppare”.

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