Il lavoro ritrovato, il valore dell’agricoltura sociale ai tempi del COVID

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Grazie all’agricoltura sociale e ai contratti sottoscritti con Utilità marginale, Lucio e Gianmarco hanno potuto dare continuità al lavoro sui terreni, mentre tutto attorno era ancora fermo. Un’opportunità per riprendere il filo con l’ordinarietà della vita.

 

Dopo quasi due mesi di fermo Lucio e Gianmarco, assunti della cooperativa Filodolio, hanno ripreso il  lavoro in campagna. La pandemia è ancora in corso, ma la terra, con le dovute precauzioni, si può coltivare. E questo per loro è una grande possibilità per continuare a dare regolarità e senso alle loro giornate, dopo la sospensione del ritmo ordinario e la rottura di quegli equilibri che il lavoro aveva generato. Lucio ha 27 anni di Squinzano (LE), Gianmarco 22 di Monteroni (LE), entrambi sono sotto contratto grazie al progetto di Utilità Marginale per l’inserimento lavorativo di giovani con fragilità, finanziato dal bando Terre Colte. Contattati in videochiamata i due giovani hanno raccontato volentieri la loro esperienza di lockdown e il loro ritorno al lavoro nell’orto.

Avete ripreso a lavorare? Da quanto tempo?

Gianmarco: È la terza volta che veniamo dopo due mesi.

Lucio: Si, abbiamo ripreso uno o due volte a settimana. A casa ci stavamo annoiando.

Cosa vi è mancato di più in questo periodo di fermo?

Lucio: Poter incontrare gli altri

Gianmarco: Si, lavorare con loro, lavorare nell’orto, con i miei amici.

Come passavi le giornate in casa?

Lucio: così, un po’ giocando con la play station, in camera mia.

Gianmarco: leggendo, giocando, passeggiando con il cane in giardino. Ho un grande puzzle che sto completando adesso. E poi mi sono messo a coltivare una piantina di pomodoro dentro un vaso. Ha fatto già due pomodori piccolini.

Che effetto fa andare a lavorare quando quasi tutti stanno a casa?

Gianmarco: sono stato molto contento di poter uscire, anche se è diverso. Non ho potuto prendere la circolare. Mi ha accompagnato mio padre all’orto. Non si può venire insieme.

Lucio: sì, anche a me ha accompagnato mio padre, prima andavamo insieme con il furgoncino, ma adesso non si può. È strano perché in giro non c’è nessuno. E poi dobbiamo mettere la mascherina.

Cosa state coltivando in questo periodo?

Lucio: abbiamo piantato le melanzane e le zucchine che raccoglieremo quest’estate e poi abbiamo piantato i topinambur che raccoglieremo a novembre.

Che cosa ti piace di più di questo lavoro?

Lucio: è bello lavorare in campagna, lavorare con gli altri miei amici

Gianmarco: mi piace essere attivo. Soprattutto mi piace quando posso incontrare la gente nelle fiere e nei mercati per far conoscere i nostri prodotti.

Ai giovani oggi piace lavorare con il PC, non sono tanti quelli che vanno a lavorare la terra. Cosa direste ad un ragazzo come voi per convincerlo a fare questo lavoro?

Gianmarco: di non rimanere a casa. E poi impegnarsi è  importante

Lucio: si, a stare a casa diventi una bestia.

Un altro punto di vista

Alessandro Negro, responsabile della cooperativa Filodolio, racconta: “Gianmarco e Lucio sono tornati al lavoro con grande entusiasmo e volontà e si sono messi di buona lena, nonostante ora il sole sia già caldo al mattino; è proprio visibile che il lavoro li mette di buon umore, li fa stare bene”.

Nel primo periodo di chiusura totale, solo Alessandro e Nicola continuavano ad andare nei terreni del progetto Utilità marginale, tenendo aggiornati Lucio e Gianmarco con foto o videochiamate. Al rientro però, dice di averli trovati pronti: non solo ricordano bene le procedure richieste per il lavoro da fare, ma la soddisfazione di sentirsi competenti, capaci, li spinge a ostentare sicurezza fino a dare consigli anche a lui. È  segno di un forte senso di appartenenza al progetto. La coltivazione è una cosa anche loro.

Ciò che colpisce maggiormente, continua Alessandro, è la ricchezza di opportunità che questo tipo di lavoro offre a questi giovani in termini di crescita nell’autonomia. Il lavoro agricolo con i suoi ritmi lenti e cadenzati, con i cicli delle stagioni, in cui a ogni stagione sono legati dei processi, dove giorno dopo giorno è possibile riconoscere e verificare gli effetti delle proprie azioni, del proprio lavoro, permette loro di vivere una speranza concreta rispetto al futuro, li rende capaci di autodeterminazione, di progettualità.

Prendersi cura di un orto, seguire dei processi, avere cura dei particolari, non da soli, imparando a collaborare con gli altri, a coordinarsi con loro, offre gli strumenti necessari per sperimentare una progettualità a piccoli passi possibile anche per la loro vita. È questo che genera in loro lo slancio di desideri nuovi da coltivare, uno sguardo nuovo verso il futuro che non è più motivo di angoscia, ma di movimento concreto, reale verso gli altri.

E questi sono alcuni dei frutti più belli da raccogliere per chi, come Alessandro, si occupa di agricoltura sociale.

 

Il senso di un impegno

A Lucio e Gianmarco che sono titolari di contratti di lavoro a tempo indeterminato, si affiancano infatti altri giovani, alcuni che beneficiano di tirocini formativi, altri che partecipano di progetti di crescita nell’autonomia presso le strutture della Fondazione Div.ergo-Onlus. Tutti, ognuno secondo i propri ritmi e le proprie capacità, sono orgogliosi di dare un contributo alla realizzazione di un’opera comune che a loro restituisce il senso di una vita nuovamente modulata nella compagnia con gli altri, oltre le barriere della solitudine, mentre a noi rende visibile una qualità del lavoro che rigenera e riequilibra tutte le dimensioni dell’umano, nella solidarietà con gli altri e con la nostra terra.

In questo modo siamo contenti di constatare di aver fatto un piccolo passo verso una comprensione e realizzazione più piena e per tutti di quanto affermato nell’art. 4 della Costituzione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

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