Il mestiere quasi scomparso del fabbro di carretto siciliano: nella fucina di Antonino Cangialosi a Bagheria

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Ph. Antonio Calabrese

Entrati nella fucina di Antonino Cangialosi a Bagheria abbiamo subito la sensazione di essere molto fortunati ad essere lì e a potere assistere alla dimostrazione che a breve si svolgerà davanti i nostri occhi. Per questo momento abbiamo dovuto attendere a lungo, perché per forgiare il ferro è necessario il carbone di miniera che ormai è molto difficile da trovare in commercio proprio perché quasi più nessuno si dedica più alla forgia del ferro con metodo tradizionale.

Cangialosi ha cominciato a battere il ferro da piccolissimo e ha continuato per tutta la vita. Un mestiere tramandato in famiglia, dal nonno materno al padre per arrivare a lui.

Nonostante gli anni si muove con grande disinvoltura tra fuoco e incudine, batte il ferro con vigore, incurante del calore che sprigiona dalla forgia. Quella che per lui è la quotidianità per noi è uno spettacolo affascinante. In poco tempo realizza “Uocchiu e contruocchiu” i finimenti che si usavano per legare la sella del cavallo al carretto. E poco dopo comincia la battitura per la creazione di un “rabbisco”da utilizzare per la “cascia di fusu”, un’intrigata costruzione in ferro battuto costituita da una sezione di legno intagliato, fatta in noce o faggio, sormontata da un arabesco di metallo.

Ph. Antonio Calabrese

Terminata questa dimostrazione ci mostra 5 rabbischi finiti. Per realizzarli c’è voluto un mese pieno di lavoro. Cangialosi ci spiega che l’impegno profuso in queste lavorazioni non viene mai ripagato adeguatamente perché i costi sono molto alti e soltanto gli estimatori del carretto, una nicchia molto ristretta, ne riconoscono il valore.

Per questo motivo soltanto ora che è in pensione e non ha più l’esigenza di lavorare per mantenere la famiglia può dedicarsi alla forgia delle parti del carretto e coltivare questa passione che si porta dietro fin da bambino.

 

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