Perché parlare di “Bene Comune”? Da Villa Giaquinto ai patti di collaborazione, dai parchi urbani alla biblioteca.

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Provare a datare la nascita dei beni comuni casertani è pressocché impossibile per due ordini di ragioni: il primo è che esperienze piccole e grandi di condivisione, socialità e solidarietà, collocate in spazi aperti a tutti, hanno attraversato Caserta negli ultimi 30 anni in maniere differenti, incidendo sul tessuto sociale ed economico in maniere del tutto differenti e difficilmente tracciabili. Il secondo è che i beni comuni non sono nati spontaneamente all’interno della città da un istante a un altro:  chiunque legga si renderà conto dell’assurdità di provare a indicare il momento nel quale l’acqua pubblica o il verde urbano divengono “Bene Comune”. I beni comuni sono già presenti sul territorio, sono patrimonio di chiunque li viva e ne usufruisca, sono parte integrante della vita di ogni cittadino e costituiscono una ricchezza enorme, materiale e non, per i tessuti urbani.

Negli ultimi cinque anni, a Caserta, il tema dei beni comuni è diventato centrale nel dibattito cittadino, e questo evento è invece databile: il 16 gennaio 2016, contestualmente a un corteo studentesco, venivano aperti i cancelli di Villa Giaquinto, parco di un ettaro in pieno centro storico casertano, chiuso per anni causa l’incuria e le continue vandalizzazioni. Quello che si parava agli occhi dei manifestanti era chiaro: un patrimonio enorme completamente abbandonato a se stesso. Da quella giornata, che fu la capofila di tante altre dedicate unicamente alla riqualificazione del parco, dapprima nel mondo del sociale casertano e poi nella città tutta si iniziò a fare strada la coscienza della necessità di recuperare i beni comuni e rifiutarne le condizioni di abbandono. Un gruppo di volontari che è esponenzialmente cresciuto negli anni fondava nelle giornate successive a quel 16 gennaio un’associazione formale, “Comitato per Villa Giaquinto”.

Da allora gli sforzi sono stati nella direzione della cura, della costruzione di una comunità prima di tutto umana che potesse spingere gli abitanti del quartiere a “mettersi in gioco”. L’esperimento ha funzionato e a distanza di quasi cinque anni un vasto e composito gruppo di cittadini, che comprende giovani e anziani indistintamente, è impegnato nelle attività del comitato, a partire dalle pulizie ordinarie e straordinarie, la manutenzione delle giostre e la cura del verde presente, le aperture e le chiusure dei cancelli, ecc.

Il generarsi di una comunità basata nella cura di uno spazio aperto, pubblico, senza alcuna retribuzione è stata una scossa per la città intera: nei mesi a venire si costituiva un ambiente largo di cittadinanza attiva, costituito da singoli e associazioni, che creava legami e connessioni in un contesto di “buone pratiche” nella gestione dei beni comuni. Attualmente Villa Giaquinto è diventata molto di più che un parco per bambini: ospita un orto urbano, è stata teatro di laboratori di progettazione partecipata in cui i veri protagonisti erano i bambini che vivono il parco, ogni anno organizza una rassegna estiva dedicata alla socialità e alla cultura, associazioni sportive organizzano corsi e gare gratuite, e molto altro ancora. Eventi che raccontano le storie di popoli e migranti, come il festival organizzato insieme al Comitato Città Viva l’anno scorso, hanno dimostrato che la cura dei beni comuni può andare anche oltre le “buone pratiche”: sono un vettore di messaggi e contenuti che è importante rimarcare, offrono la possibilità di amplificare le storie che l’attivismo di questa città ha da raccontare.

Uno degli aspetti più importanti della cura dei beni comuni è la capacità di reimmaginare lo spazio in maniera totalmente libera e innovativa, arrivando a creare sinergie inedite e inaspettate. Un esempio lampante è l’esperienza di Cinema in Erba, che vede connesse le esperienze di Villa Giaquinto con l’associazione “CasertaFilmLab” e da vita a una rassegna cinematografica estiva gratuita e indirizzata a tutti, proposta per tre annualità e che ha visto la partecipazione di migliaia e migliaia di cittadini, arrivando a picchi di presenze di 600 persone per proiezione.

Ad oggi tutto questo è stato possibile grazie a uno strumento innovativo di cui non tutte le amministrazioni locali sono dotate: il patto di collaborazione. I patti di collaborazione formalizzano la posizione dei cittadini e delle associazioni impegnate nella cura e nella gestione dei beni (spazi aperti ma anche immobili) comuni. Con la ratifica dei patti l’azione dei cittadini sulla proprietà pubblica trova conferma e si innestano meccanismi virtuosi di collaborazione tra gli enti e la cittadinanza attiva.

Dopo l’approvazione del “Regolamento per la collaborazione tra cittadini e Amministrazione per la cura, la rigenerazione e la gestione in forma condivisa dei beni comuni urbani” e la stipula del patto di collaborazione con il Comitato per Villa Giaquinto (avvenuta solo nel 2018), questo strumento è rimasto inutilizzato, almeno fino a quest’anno. Il numero di pattisti in città cresce, ma il ritmo con il quale i patti vengono approvati pare sempre troppo lento rispetto al ritmo con il quale nuove esperienze di gestione dei beni comuni emergono. Villa Giaquinto ha rappresentato il modello sia come esperienza di gestione, sia in quanto pattista, eppure esperienze simili come quella gestita dal “Comitato Città Viva” nella Villetta di Via Arno e la comunità che sta crescendo intorno alla Villetta del Parco degli Aranci non vedono confermato il proprio ruolo tramite i patti di collaborazione.

Oggi buona parte di quella rete di realtà costruitasi intorno ai beni comuni è impegnate in questo progetto: Biblioteca Bene Comune si sta sviluppando nella direzione che gli compete, inseguendo desiderio di poter invitare i cittadini alla cura di quella che dev’essere la “casa della cultura” della città, nella riscoperta di un patrimonio immateriale importantissimo e di un bene materiale da valorizzare.

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