Volontari si nasce. Un servizio che va oltre la presenza in corsia

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Aiutare chi ha bisogno

Era l’8 dicembre 1967 quando il dott. Erminio Longhini, all’epoca ricercatore universitario e facente funzioni di Primario nella divisione di Medicina interna di Sesto San Giovanni, a Milano, si accorse che alla più semplice richiesta di un bicchiere d’acqua da parte di una paziente ricoverata, il personale rispondeva che non si poteva esaudire ogni desiderio dei degenti perché c’era tanto altro da fare.

Per rispondere alla domanda “Ora a chi tocca?”, una volta divenuto Primario della Divisione di Medicina d’urgenza, Longhini rispose nel 1975 con la nascita dell’AVO nel capoluogo lombardo per poi aprire numerose sedi in tutta Italia.

Il Cuore AVO

Una realtà che opera a stretto contatto dei pazienti, cercando di fare fronte delle esigenze del territorio Anche se gli eventi, specie quelli più recenti, hanno nel tempo determinato un inevitabile cambio di passo.

Dopo 27 anni svolti come volontari ospedalieri, infatti, la pandemia li ha portati ad ampliare il proprio servizio aprendosi al sociale. Per i volontari dell’Associazione Volontari Ospedalieri di Castelvetrano, in provincia di Trapani, vuol dire passare dalle corsie, uscire e dedicarsi anche a tanto altro.

«Devo dire che, nonostante le difficoltà vissute durante questo periodo, le soddisfazioni sono state numerose– afferma Daniela Alba Migliaccio, presidente della sezione di Castelvetrano dell’Avo  -. Ci siamo, per esempio, dedicati alle vaccinazioni sia in ospedale, qui dove abbiamo la sede, sia nell’hub di Campobello di Mazzara. Siamo stati e siamo presenti alla Caritas di Castelvetrano, di Campobello di Mazara e Gibellina facendo continui turni».

In tutto una sessantina i volontari, undici dei quali hanno fatto ingresso pochi mesi fa, dopo un’intensa attività di formazione.

«Per quanto riguarda l’attività in ospedale – prosegue la Migliaccio –  siamo negli ambulatori di oncologia, chirurgia e nei laboratori di analisi. Abbiamo cominciato anche un’attività in una casa di riposo per anziani, “Il Giardino di Cocò”, dove teniamo compagnia e aiutiamo gli ospiti. Ci piace quel che facciamo, anche se vorremmo che ci fossero più giovani, ma il problema non è solo nostro».

Una carenza vissuta da tutto il territorio, quello delle nuove generazioni, molto semplicemente perché, non essendoci sedi universitarie, i giovani si diplomano, magari fanno anche un periodo di formazione in associazione, ma poi devono inevitabilmente lasciare la loro terra.

Al Giardino di Cocò

«Anche per rispondere a questa carenza, che poi diventa bisogno, andiamo nelle scuole a parlare di volontariato. Quest’anno siamo stati in un’elementare perché pensiamo che bisogna cominciare dai bambini, seminando gentilezza. L’attività che abbiamo realizzato è stata molto bella perché, quando abbiamo chiesto che cos’è per loro il volontariato le risposte ci hanno spiazzato. C’è chi ha detto: “dividere la merendina con il compagno che l’ha dimenticata a casa”, “se cade la gomma al compagno, ci chiniamo a prenderla”, “se qualcuno è triste gli diamo un bacio”. Le maestre sono state molto collaborative e, alla fine, i bambini ci hanno preparato dei cuoricini con dei pensierini che abbiamo appeso all’Albero di Natale fatto da noi in sede».

Fare del bene senza sbandierarlo ai quattro venti. Un principio alla base del lavoro di questi volontari.

«Abbiamo, infatti, lanciato l’iniziativa delle “scatole scaldacuore”, un’iniziativa portata avanti anche da altre associazioni in tutta Italia. Dovevano contenere cinque cose: un biglietto gentile possibilmente scritto a mano; una cosa calda, per esempio una sciarpa, dei guanti, un maglioncino; qualcosa di dolce come caramelle o dei biscotti; un prodotto per l’igiene personale; un passatempo, per esempio delle carte da gioco o un libro. Sulla scatola si doveva indicare se era per un uomo, una donna o per un bambino con l’indicazione dell’età. Ne abbiamo distribuite più di 160 tra Caritas, parrocchia di Santa Lucia e parrocchia dell’Annunziata, sempre qui a Castelvetrano. Sono  quelle iniziative che danno ancora di più il senso del lavoro portato avanti, sapendo di stare aiutando qualcuno. Essere volontari non significa solo andare in ospedale, perché volontari si nasee nel senso bisogna sentirlo dentro. Non sei volontario solo per quelle due ore in ospedale».

Dai 30 ai 70 anni l’età media dei volontari della sezione di Castelvetrano dell’Avo.

«A qualunque età facciamo formazione perché dobbiamo sapere come avvicinarci alle persone ricoverate in ospedale, come ascoltare e accogliere le loro fragilità.  È un percorso inevitabile, ma ti immette in questo mondo. La cosa belle è vedere quanto entusiasmo hanno tutti, una volta che conoscono il nostro mondo. Tant’è vero che gli ultimi scalpitavano per cominciare a  partecipare alle attività».

Fondamentale in questo percorso l’aiuto arrivato dal Fondazione CON IL SUD.

L’albero con i cuoricini del bambini

«Grazie al progetto abbiamo voluto abbellire le aiuole esterne dell’ospedale, portando bellezza a tutto il contesto.  Da tempo, poi, volevamo realizzare una o più biblioteche itineranti, piccole, su ruote, da portare nei vari reparti. Le collocheremo negli ambulatori in cui si viene quotidianamente, come quello di oncologia dove le persone seguono le terapie anche per più giorni di seguito. Abbiamo fatto pure beneficenza, per esempio in una casa famiglia di Castelvetrano che ha come ospiti delle bambine, già a partire dai 3 anni, e giovani donne. Abbiamo acquistato del materiale scolastico, ma anche delle medicine che gli operatori ci chiedevano in vista dell’inverno. Toccante il momento in cui abbiamo portato tutto nella struttura perché ci hanno accolto con enormi sorrisi, offrendoci tè e pasticcini».

Gesti che danno il senso di un lavoro che funziona se in team…

«Oltre a gesti come questi, ci sono le parole, ma anche i silenzi, gli sguardi di mamme che accompagnano i propri figli. Ricordo che in oncologia c’era un giovane di 25 anni con cui avevo instaurato un bel rapporto. Mi aveva anche raccontato del suo pellegrinaggio a Lourdes. Veniva sempre solo, ma un giorno ad accompagnarlo ci fu la mamma. Quando entrò per fare la consueta terapia, l’ho avvicinata e le ho parlato.  Si commosse veramente tanto. Aveva  bisogno di qualcuno con cui confidarsi perché molto spesso in famiglia c’è così  tanto dolore che si evita di tirare fuori quel che alberga nel proprio animo per evitare di gravare sugli altri. Se ti poni in ascolto, leggi negli occhi quel che li turba e anche un gesto banale, come una mano sulla spalla, può fare la differenza. Noi non abbiamo nulla di scritto, ma portiamo con noi le manifestazioni visive di questo impegno che si basa sulla relazione».

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