Dal carcere alla speranza, il lavoro nella terra che restituisce «valori e profumi della vita»

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«La terra mi ha restituito i valori della vita». Una frase semplice, ma di spessore quella di Antonio (nome di fantasia), trentenne che fa parte delle attività educative e di inserimento socio-lavorativo attuate nel terreno confiscato alla mafia di “Terra Aut”, vicino Cerignola, oggi gestito dalla cooperativa sociale Altereco, con il sogno di trasformare un luogo simbolo del potere criminale in avamposto di legalità, di economica sostenibile, di lavoro regolare, di sviluppo, di antimafia sociale e di integrazione.

«Avevo 19 anni quando sono finito in carcere – racconta Antonio . La mancanza di lavoro mi ha portato a scontare 11 anni di carcere». La povertà socio-economica a volte porta ad intraprendere la strada sbagliata, eppure, dopo diversi anni è proprio la comunità foggiana ad offrirgli una seconda possibilità attraverso il progetto “Il fresco profumo della libertà”, sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD insieme alla Fondazione Peppino Vismara nell’ambito della quarta edizione del Bando Beni Confiscati alle mafie 2019. La proposta è partita dagli assistenti sociali dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Foggia attraverso la proposta di una borsa lavoro. Il progetto si mostra essenziale per molteplici funzioni: oltre a reinserire nel contesto sociale e culturale i soggetti svantaggiati, questo offre una quota in denaro utile soprattutto a chi, come Antonio, ha dei figli.

«Attraverso la guida di Vincenzo Pugliese, impariamo a coltivare la terra e a prenderci cura dell’orto e degli ulivi» afferma Antonio. Un’attività piacevole e che dona speranza, infatti, è proprio grazie ad un’attività cosi semplice che Antonio sembra aver riconquistato il senso della vita: «Lavorando la terra ho appreso il valore dei soldi, della famiglia e ho riconquistato il piacere di far parte della comunità». Queste parole solo parte di un lungo percorso di vita che ha portato Antonio a cambiare, ma come affermato da lui «si cambia solo se si vuole». D’altro canto, non si può aiutare chi non vuole essere aiutato. In questa piacevole esperienza che dura da nove mesi, un valore aggiunto sono state sicuramente le amicizie che ha stretto lavorando fianco a fianco nella terra con i suoi colleghi: «Sono come una seconda famiglia per me» afferma orgoglioso il trentenne. Lavorare in una terra confiscata alla mafia fa un certo effetto ed è ancora più evidente quando dei giovani turisti si affacciano sui campi: «Molte scuole portano i loro alunni a vedere le terre confiscate alla mafia e gli viene raccontata la storia di quei terreni. Molti di loro svolgono dei piccoli lavori, sporcandosi le mani. È molto piacevole ricevere la loro visita» riporta Antonio.

Tra poco più di un mese, avendo scontato la sua pena domiciliare, la collaborazione tra Antonio e “Il fresco profumo della libertà” si interromperà, eppure sarà proprio tra un mese che inizierà per Antonio un nuovo cammino, che spera di vederlo ancora come protagonista nel lavoro dei campi perché «quei dieci mesi sono bastati ad insegnarmi il mestiere» e a quanto pare sono bastati anche per cambiargli la vita.
di Iole Cocco

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