Adattarsi alla trasformazione: com’è cambiato lo sportello peer to peer di In Gioco

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Uno degli effetti della pandemia è stata una profonda trasformazione dei bisogni di molte fasce della popolazione, in special modo quelle che già vivevano in condizioni di precarietà. A questa situazione non si è sottratto il pubblico con cui il progetto In Gioco dialoga, quello cioè costituito da persone con un background migratorio che adesso vivono a Palermo.

Per rispondere alla loro esigenza di orientarsi tra le normative e gli strumenti legati alla ricerca di un lavoro, abbiamo avviato lo scorso autunno lo sportello di orientamento al lavoro peer to peer di In Gioco: gestito da Karidja, Harouna, Moussa e Ousman e presente in più luoghi della città, lo sportello ha dato supporto a numerosi utenti aiutandoli a definire le proprie competenze, mettere a punto un cv e navigare sui motori di ricerca dedicati al lavoro.

L’arrivo della pandemia ha segnato un brusco arresto di questa attività e causato un ribaltamento di prospettiva. Chi, prima della diffusione del Covid-19, viveva come questione centrale la ricerca di un’occupazione, si è ritrovato in pieno lockdown ad avere difficoltà anche solo nel reperire beni di prima necessità.

Questa situazione ci ha spinto a ripensare il servizio dello sportello peer-to-peer: i nostri quattro orientatori hanno cominciato ad offrire supporto a chi, per superare questa fase, aveva bisogno di accedere ai buoni spesa del comune, di informazioni su come ottenere un consulto medico o di assistenza per questioni legate all’interruzione del proprio contratto.

Gli orientatori hanno svolto un importante servizio di raccordo con la rete solidale di organizzazioni che si sono immediatamente attivate sul territorio di Palermo per restare vicino ai più fragili e garantire loro i mezzi per sopravvivere.

“Ho lavorato allo sportello allestito a Moltivolti per la compilazione delle richieste dei buoni spesa al Comune”, racconta Moussa. “Sono stato formato per accogliere chi voleva fare la richiesta ma non era in grado. Ho svolto un lavoro di mediazione utile a chi, per ragioni di lingua o per altri ostacoli culturali, non poteva farlo da sé. Abbiamo compilato fino a 150 domande al giorno. Ho provato molta soddisfazione per il lavoro cha stavo facendo, un aiuto concreto a chi temeva di non farcela”.

Karidja, Harouna e Ousman hanno invece svolto il loro servizio stando a casa, offrendo il loro supporto principalmente attraverso telefono e WhatsApp. Karidja ha seguito come mediatrice un ragazzo ricoverato in ospedale: una volta uscito, ha organizzato per lui una colletta per la spesa, in attesa dei buoni del Comune. “Sono contenta del mio lavoro. Anche se si è trattato di piccoli aiuti, hanno avuto molto valore per me perché mi rimandano al bisogno di umanità nei momenti difficili”.

Harouna e Ousman sono stati in stretto contatto con giovani che vivono nelle comunità: li hanno indirizzati ai servizi di cui avevano bisogno e li hanno aiutati ad ottenere buoni spesa o assistenza medica, mettendo a disposizione le loro competenze linguistiche e di mediazione. “Siamo diventati un punto di riferimento importante all’interno della comunità migrante di Palermo. A noi si rivolgevano persone di origine africana ma anche asiatica, indipendentemente dalla regolarità del loro status, e noi abbiamo offerto a tutti il nostro aiuto” dice Harouna. E Ousman aggiunge: “Ho sentito che in questo periodo il mio lavoro è stato ancora più importante, perché ha aiutato molti a non sentirsi soli”.

 

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