Arteterapia in carcere, Vanni Quadrio racconta i laboratori promossi da Fuori Le Mura

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Da oltre 20 anni Vanni Quadrio lavora nelle carceri come psicoterapeuta espressivo e aiuta, adulti e minori, a liberare la creatività per metterla a disposizione di se stessi e della collettività intera. Insieme all’artista gelese Luigi Giocolano e con il supporto della mediatrice penale Selenia Campanaro, Vanni ha guidato e sta guidando, per il progetto Fuori Le Mura, alcuni detenuti della casa circondariale di Gela, il ciclo di Laboratori di Arteterapia per la Giustizia e la Bellezza di Comunità.

 

Raccontaci di te e del tuo lavoro: quanto è importante l’arteterapia in carcere?

Psicoterapia e arte si intrecciano da molti anni nel mio percorso formativo e professionale. Mi sono diplomato in arte e poi ho scelto di studiare psicologia, con particolare attenzione all’ambito espressivo, che mi ha sempre molto entusiasmato. Ho lavorato tantissimo con i bambini e poi mi sono specializzato in arteterapia all’università di Bologna. Nel corso di questi 20 anni all’interno delle carceri ho avuto modo di sperimentare concretamente la potenza liberatoria dell’arte, tanto sui minori quanto sugli adulti. Ogni volta l’arteterapia diviene significante e l’arte diventa uno strumento molto forte di risarcimento della persona e della società.

 

Raccontaci l’esperienza del primo ciclo di Laboratori di Arteterapia per la Giustizia e la Bellezza di Comunità al carcere di Gela per il progetto Fuori Le Mura

Posso dire con certezza che il primo ciclo di lavoro è stato davvero magico. Insieme all’artista gelese Luigi Giocolano abbiano permesso ai detenuti di dare vita ad un vero e proprio gruppo creativo e abbiamo utilizzato la trash art, che a livello simbolico, ha avuto un impatto emotivo molto intenso sui partecipanti. Tutti loro hanno avuto la possibilità di sperimentare concretamente che da un oggetto considerato rifiuto è possibile creare un’opera d’arte. Così è nata La Gorgone, con una serie di frammenti di ceramiche che gli artigiani della zona avrebbero buttato e che hanno donato al carcere.

 

Il territorio gelese è certamente complesso, qual è stato il grado di coinvolgimento dei detenuti che hanno partecipato?

Sono stati incontri ricchi di entusiasmo e impegno da parte di tutti. Si è creata sin da subito un’atmosfera rilassata e ricca di collaborazione reciproca. Nonostante questo primo ciclo di laboratori si sia svolto in estate e le attività avvenivano fuori, con un caldo torrido, tutti erano sempre presenti e ben disposti. Il territorio della città di Gela è difficile, è vero, ma per tutti i detenuti coinvolti, questi laboratori sono stati davvero una boccata di aria fresca all’interno della loro quotidianità. Abbiamo scelto La Gorgone, una delle immagini artistiche più esportate della città, in Italia e nel mondo, per recuperare la memoria storica e artistica del territorio urbano e ridarle nuova linfa vitale.

 

L’opera è stata donata all’amministrazione comunale per essere esposta in una delle zone più degradate della città. Quanto è stato importante per i partecipanti contribuire a migliorare il loro territorio?

Nell’arteterapia l’oggetto artistico è sempre anche oggetto interno. Simbolo di competenze sociali, umane, pratiche e relazionali che ognuno di loro ha messo a disposizione del gruppo e della città. Nel fare arte hanno dovuto sperimentare praticamente come funziona il contesto sociale, hanno dovuto rispettare le regole e collaborare. Tutto questo ha dato vita a quell’opera immensa, colorata e potente che adesso potranno condividere con la città intera. Hanno sentito forte quindi questa connessione con l’esterno, è stata davvero un’occasione importante per “guardare fuori” e sentire che è possibile ricominciare.

 

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