L’Arte dell’empatia

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Forse un giorno scriveremo di empatia partendo dalle scarpe. Partiremo dai progetti artistici che ci hanno nel tempo sollecitato e spinto nel mettersi nei panni degli altri.  Scarpe e abiti come vie di entrata che ci permettono di capire, e soprattutto di sentire, cosa si prova a vivere vite che non sono le nostre. Nel progetto L’Arte della Libertà, a cura di Elisa Fulco e Antonio Leone, abbiamo indossato degli alti stivali di gomma per ripercorrere i nostri tracciati mentali, lasciando con tacchi di grafite i segni del nostro girare a vuoto. immaginando, ma non ci vuole tanta immaginazione, che ci sia qualcuno (spesso noi stessi), che ci trattenga e ci limiti nei nostri movimenti. In questa performance ideata da Loredana Longo (bravissima),le cui prove sono ancora in corso al carcere Ucciardone di Palermo, i detenuti hanno trattenuto la polizia penitenziaria, noi gli educatori, alternando e scambiandoci i ruoli, sperimentando l’esperienza di costrizione che ci rimette nella stessa condizione: chi di noi è veramente libero? Una mostra nella piazza di Lugano dell’artista Oppy De Bernardo, affida nuovamente alle scarpe il messaggio. Un’opera realizzata con i detenuti delle carceri della Stampa e di Bollate, che cita le parole di Pirandello: “prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. E andando indietro di qualche anno, torna in mente l’esperienza dell’Empaty Museum di Londra. Ancora una volta occorre indossare le scarpe degli altri.

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