Lo sappiamo, che c’è un fiume, nella nostra Valle?

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Domenica 9 giugno abbiamo passeggiato lungo il Fiume Noce, invitati da Libera, Legambiente e Laboratorio 4.0.
Appuntamento alla sua foce e perlustrazione dell’ultimo tratto del suo corso principale, prima che il Fiume si immetta in mare.
Bagnanti sulla spiaggia, calore estivo, immaginiamo di godere un po’ della frescura delle sue acque.
Ma il Fiume praticamente non si vede.

Tranne per un ultimo tratto che emerge dai cespugli e dal canneto, lungo le ultime dune residue del sistema naturale ormai quasi scomparso (asportate, le dune, per una idea di pulizia che a quanto pare dovrebbe rendere più appetibile la spiaggia).

Per il resto la strada che lo costeggia è protetta con un alto muro di argine, in cemento armato come in cemento armato sono ancora alcune briglie e stramazzi lungo il corso dell’acqua.

Il Fiume è negato, come per gran parte della sua lunghezza.

È traguardabile soltanto attraverso i guard-rail della Superstrada che lo fiancheggia per gran parte della Valle, ma nella quale i Fiume si intravede a malapena, a scorci.

Si può immaginare quasi di non costeggiare un corso d’acqua, se non fosse perché segnalato sulla cartina o per qualche viadotto che lo attraversa, sporgendosi dal ponte della Ferrovia, a valle, o da quello di Trecchina, sotto Parrutta.

Eppure da millenni è via d’acqua, percorso istmico già per i Greci, e prima ancora per Enotri, e Tirreni, e Osci.
Da sempre conteso da chiunque abbia voluto assicurarsi i commerci attraverso il Valico più facile degli Appennini, lungo il Fiume Noce, e poi il Sinni fino al Mare Ionio.

Obbligatoriamente guerreggiato da tutti gli eserciti che sono passati di qui, da quelli Romani a quelli dei conquistatori Arabi o Saraceni in genere, come venivano chiamati, da quelli dei barbari, Vandali o Goti che fossero, con Alarico che forse da queste parti ci lasciò le penne.

E a quelli Bizantini e perfino a quello di Ottone II, Duca di Sassonia, re di Germania e d’Italia e Imperatore del Sacro Romano Impero, il quale in ritirata dalla sonora sconfitta di Punta Colonna forse si rifugiò in uno dei Presìdi militari lungo il Noce.

Poi fu posseduto dai Longobardi, e dai Normanni di Federico II.

Troppo importante, strategico e appetibile, per non tenerlo ben saldo o per lasciarselo incustodito alle spalle.
Era via delle Spezie che venivano dall’Oriente, attraverso il mercato medievale di Senise e le valli del Mercurion.

Ed era percorso dalle carovane di materiali preziosi che affluivano a Roma, come l’argento, il ferro e il marmo delle miniere dell’Orsomarso, o cariche del sale estratto dalle salgemme di Lungro, alle falde del Pollino.

Limite della Terza Regio per i Romani, e Bizantino per lingua, per religione e per cultura.

Fu confine tra le Turme del Mercurion e del Lagonegro, che furono Provincie militari ed anche Eparchie di grande spiritualità, ancora vive nel Credo dei religiosi ortodossi di tutto il Mondo.

Il Fiume Noce era l’antico Talao, dal nome di uno 50 Argonauti compagni di Giasone che, partito alla riconquista del Vello d’Oro, forse alla sua foce fondò una città che prese il suo nome.

Ne ha di Storie da raccontare, il Fiume, vicine e lontane.

Tutte ancora dentro di noi, con tracce nel carattere della gente di Valle e nel suo paesaggio, che da secoli non è ormai più naturale ma che invece è tutto intriso di cultura.

Tante sono le modificazioni che chi ha vissuto prima di noi ha dovuto imprimere in un territorio tra i più aspri per rendere dignitosa la vita nella sua valle, e per contrastare l’aggressività spesso mortale del suo corso tempestoso.

Forse è proprio a causa di questo suo temperamento che ancora oggi si è portati a nasconderlo, facendo quasi finta che non esista.

Ignorandolo, e che gran parte della gente di Valle lo considera ancora un nemico dal quale difendersi, da disarmare, da contenere con muri ed emungimenti, fino a limitarne il livello e la portata a quel Minimo Vitale per fortuna obbligato per legge.

E forse anche al di sotto di quello.

Sarà per questa paura antica che non ci si preoccupa di renderlo visibile.

Quasi fosse un peso di famiglia, come un anziano malato che siamo costretti a tenerci in casa, e del quale si può anche non tener conto, tranne quando se ne può emungere qualche risorsa.

Non se ne ravvisa la necessità di evidenziarne un ruolo, forse vergognandosene perfino, e comunque stupiti che qualcuno venga a trovarlo addirittura da lontano come gli amici di Matera in Cammino.

Che pure domenica sono venuti fin qui per conoscerlo e ai quali credo che non abbiamo nemmeno provato a mostrarglielo, come se non avesse alcun valore.

E infatti se ne sono andati, alla fine, protestando.

Poi la Tavola Rotonda.

Si sente, negli interventi, che il Fiume è ancora un nemico.

Non a caso ad emergere sono stati subito i difetti del Fiume, i rischi incombenti, i sospetti di avvelenamento, della sua tossicità, di sporcizia dovuta a incuria e malevolenza nei suoi confronti.

Preoccupazioni sacrosante, beninteso, ma quello che stupisce è la messa in evidenza concreta dei motivi di crisi contro la genericità, invece, delle proposte di miglioramento.

Quasi una rinuncia, di fatto, come chi non ci creda poi tanto, ad un suo ruolo virtuoso.

Eppure è da sempre dispensatore di economia, questo Fiume, ed ha un valore ambientale così grande da esprimersi già da decenni attraverso l’istituzione di addirittura sei Siti di Importanza Comunitaria, di una Zona a Protezione Speciale, di Parchi marini lungo le sue coste.

E ha ben tre Parchi Nazionali nel suo ambito.

Il fatto è che ha contribuito a produrre, per le particolarissime condizioni geomorfologiche del suo territorio, un’unica grande bio-regione che si estende dal Tirreno allo Ionio.

Anche le spiagge fino a Capo Scalea, vanto del recente interesse per l’unica industria locale, quella turistica, le ha fatte lui, prima che fosse limitata artificialmente la sua capacità di apporto solido.

La stessa sua Valle, per intero, è stata individuata dal Progetto APE, Appennino Parco d’Europa, come importante Corridoio Ecologico della REN, la Rete Ecologica Nazionale, e questo le fa assumere una valenza ambientale di dimensione Europea.

È ancora vero che non c’è niente per cui valga la pena di restare, in questa nostra area?

L’esodo che tutti conosciamo, ininterrotto dall’inizio del secolo scorso, è una vera e propria emorragia, e si porta via la parte più vitale della nostra Comunità.

Chissà se, di nuovo, la causa di questo disinteresse è ancora l’avversione per un territorio che si considera nemico? O quantomeno povero di risorse.

Per tanti giovani energie, che sono sapienti perché l’intera Comunità ha investito per decenni su di loro, davvero tanto prezioso Capitale sociale non ha alternative all’infuori della fuga da questo nostro Paradiso?

Sono tanti quelli che Inseguono il miraggio di un Paese del Bengodi, falso e dal quale trovano difficile tornare a casa, anche quando ormai lo hanno compreso subdolo e irriconoscente.

E tanti genitori si vedono costretti anch’essi a un esodo di rincalzo, per seguire i loro figli.

Anch’essi cercano alibi per giustificare la loro scelta, mostrano di essere soddisfatti del miglioramento che avrebbero conseguito i loro ragazzi.

Io non credo da tempo alla necessità di questa fuga, e vedo per contro questo territorio sempre più fragile, zippato di anziani rimasti soli e che non hanno più nessuno a cui trasferire la saggezza della quale pure sono portatori.

Soluzioni per lo sviluppo ?

Ce ne sono state naturalmente, durante la giornata, illustrate con passione e che vanno prese in considerazione.
Avrei voluto esaltarne l’impegno e l’originalità, perfino, e la sincera fede nella loro fattibilità, ma spero che ce ne saranno altre, di occasioni.

Credo che debba essere evidenziata, invece, la perplessità che appariva diffusa, in quell’incontro.

Quella sensazione che prende un po’ tutti noi ogni volta che ascoltiamo, consapevolmente supini per troppe delusioni, di fatto negando a noi stessi il diritto a scegliere liberamente e attraverso forme di democratica ed effettiva partecipazione, tra le tante modalità di sviluppo, quella a noi più congeniale.

Apprezziamo intanto il generoso impegno di chi propone, ma riservandoci di valutare però che non si prestino, loro malgrado, alla solita rassegnata riproposizione di occasioni :

– pensate da qualcun altro e offerti bell’e confezionate, con il rischio che arricchiscano proprio quel qualcun altro,
– subdole e accattivanti, ma vuote di speranza per un progresso collettivo,
– confezionate sul’emergenza di catturare un finanziamento che sia a beneficio immediato, senza pensare però alle sue possibili conseguenze nel tempo e al degrado che possono procurare alle Comunità locali.

Il Mondo “liquido” temuto dal sociologo Baumann altrimenti è già tutto qua.

Quale Progresso vogliamo invece costruire, scegliendo tra tutte le “crescite” possibili?

Come vogliamo che sia, tra vent’anni, questa nostra Valle? come ci impegniamo a lavorare perché lo diventi?
Sono almeno questi, i tempi per misurare l’efficacia di un Progetto, di una Visione.

C’è, sempre incombente e più a portata di mano, il rischio che prevalga l’interesse personale, e immediato : “… intanto godo subito, avrò tutto il tempo di pentirmi, oppure qualcun altro ci penserà, a rimediare ai danni…….”

Allora, molto scoraggiamento e nessuna soluzione?

Qualcuna ce l’ho anch’io, e di quelle buone.

Ne riparliamo a un prossimo approfondimento.

Giuseppe Di Fazio, architetto

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