La disabilità tra risorse e prospettive

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Dobbiamo ringraziare la dottoressa Federica Ciminiello per aver studiato e condiviso con i relatori della sua tesi di laurea il modello “Casa di Toti”. Vogliamo condividere con voi il testo da lei scritto perché ci ha reso davvero orgogliosi. Grazie.

 

PENSARE, FARE E CRESCERE INSIEME: L’ARTE DELL’ASSOCIARSI

LA DISABILITÀ TRA RISORSE E PROSPETTIVE DI GENERATIVITÀ

 

Paragrafo tesi di laurea di Federica Ciminiello

 

La Casa di Toti: un’esperienza lavorativa e di co-housing

 

In questa sezione verrà esposto un altro esempio di generatività familiare, si tratta di un B&B gestito da ragazzi con disabilità. Oltre a questo, predispone anche la disponibilità di stanze per i ragazzi, e, quindi un alloggio in cui vivere in piena autonomia.

La Casa di Toti nasce dal sogno di una mamma,[1] di un ragazzo neurodiverso, che decide di trasformare una villa del Settecento di famiglia in un albergo solidale, gestito da ragazzi speciali. Crea così un’associazione, La Casa di Toti Onlus, coinvolgendo famiglie, anche esse con ragazzi con disabilità, e, in seguito, hanno iniziato ad organizzare i primi Fundraising, attività laboratoriali occupazionali, insieme a degli educatori.

Iniziano, dunque, ad organizzare i primi Fundraising, reclutando aziende che sostengano il progetto, in cambio di una pubblicità etica.

Piano piano il progetto iniziava a prendere piede, prima attraverso la sua stesura, con la ricerca di fondi, in seguito, i ragazzi vennero abilitati grazie allo studio Parentage, studio di psicopedagogia, dove la responsabile si occupò di organizzare varie attività laboratoriali. Tale studio si occupava di questi ragazzi ancor prima della nascita dell’associazione, attraverso attività occupazionali, ludiche, per sviluppare competenze socio-emotive e relazionali. Ma con l’ideazione della Casa di Toti, si iniziò a formare i ragazzi, attraverso un allontanamento progressivo da casa, stage formativi, in maniera tale da abituarsi alla convivenza, ad orari, a ritmi, allo stare insieme, agli spazi condivisi, allo sviluppo di competenze, autonomia personale. In modo da renderli realmente indipendenti sia per un futuro co-housing sia per lo svolgimento di piccole attività lavorative.

 

La fondatrice della Casa di Toti si mise in gioco, partecipò e vinse anche a due bandi, il primo con Fondazione con il Sud, il secondo EduCare. Il primo ha permesso anche di ottenere dei tirocini formativi, dunque oltre a lavorare nel B&B, a turno andranno presso aziende, le quali hanno sostenuto il progetto.

Le famiglie pagheranno una retta per mantenerli all’interno della casa di Toti, ma di contro avranno una quota derivante dal tirocinio formativo.

 

Inoltre, grazie al bando EduCare, è stato ottenuto un grande contribuito per realizzare dei laboratori occupazionali, che consentiranno di far svolgere attività ai ragazzi con disabilità del territorio di Ragusa, ma anche ai rispettivi Siblings.

Attività come la cucina dolce&salato, hôtellerie, grafica, fotografia, pittura, orto sociale.

In questo modo si crea anche una circolarità e uno scambio con il territorio circostante, poiché grazie alla costruzione di tali laboratori è possibile offrire uno spazio comune anche alle altre associazioni.

 

Dal 2016 ad oggi la Casa di Toti è finita, e, i ragazzi si occuperanno del loro B&B, svolgendo compiti come l’accoglienza dei clienti, la gestione e la pulizia delle camere, check-in, check-out, pulizia della piscina e del giardino, la preparazione delle colazioni.

I ragazzi hanno dai 18 ai 25 anni; inizialmente verranno accolti 4 ragazzi con 3 operatori assunti, che ricopriranno le 24h dal lunedì al venerdì.

Essi nella gestione delle attività saranno autonomi, verranno sempre accompagnati e sostenuti da operatori competenti.

Inoltre, oltre ad occuparsi del B&B, essi vivranno in co-housing; dunque, si occuperanno della propria casa e della quotidianità, e, qualora fosse necessario ci sarà una supervisione da parte di un personale esperto.

 

La Casa di Toti, dunque, è un albergo-comunità radicato a Modica, nel territorio di Ragusa, che accoglierà clienti, durante il soggiorno; ma, ha un’ulteriore particolarità: contemporaneamente, i ragazzi vivranno in co-housing.

Inoltre, la Casa di Toti ha in progetto, una volta avviato il B&B, si pensa anche all’apertura di una sala fitness, per consentire lo svolgimento di attività fisica, qualora volessero, e l’acquisto di un pullmino, per agevolare gli spostamenti.

 

I ragazzi sono molto contenti del progetto, perché è un’esperienza arricchente, sia dal punto di vita formativo, sia poiché contente di creare una rete amicale, di fare amicizia tra di loro, ma anche con i rispettivi fratelli e sorelle, e, con i clienti, con delle persone esterne.

Lo stesso vale per gli adulti, i quali sono molto propensi a qualsiasi attività venga proposta, affinché i loro ragazzi abbiano un impiego, che svolgano esperienze formative e che li facciano crescere.

Essi vorrebbero che i loro ragazzi facessero attività formative, sia che siano affini all’attività alberghiera, sia che siano così totalmente differenti. Sono rimasti sorpresi del tirocinio formativo, sia per la valenza del progetto sia per il contributo economico che ne deriva.

 

«Solo se i genitori non si chiudono a riccio, non si difendono dal mondo esterno e incontrano sulla loro strada qualcuno che cerca di essere una guida, un interlocutore vero, in grado di cercare insieme tutte le risposte, nasce una vera presa in carico che sia “centrata sulla famiglia” e che dia ad ogni singolo componente del sistema il giusto spazio di individuazione, la giusta attenzione, il giusto riconoscimento della propria esclusività»[2]

 

Quello che emerge da questa esperienza, o meglio dall’intreccio di queste due realtà, la Casa di Toti e il sostegno fornito dallo studio Parentage, è come una buona collaborazione tra famiglie e con famiglie, possa portare alla creazione di un progetto così innovativo e fruttuoso, sia per coloro che ne fanno parte, sia per coloro che indirettamente ne beneficiano, ovvero la società.

Lo scambio tra associazioni e aziende porta un risvolto positivo ad entrambe, le prime riescono ad avere un sostegno economico, le seconde ottengono una pubblicità etica, entrambe allargano i propri orizzonti e la conoscenza. Si creano, in questo senso, delle alleanze positive con il territorio.

 

Inoltre, creare un progetto che ti permetta non solo di sostenere un’attività lavorativa o tirocini formativi, ma anche un’esperienza abitativa, pone l’attenzione su un altro tema, ovvero la sempre più frequente preoccupazione negli adulti con ragazzi con disabilità riguardo alla vita futura, quando i genitori non ci saranno più.

Talvolta, la paura per il figlio si contrappone alla difficoltà di far emergere autonomie, confinando così ogni possibilità di autogestione, alimentando paure e incrementando un legame iperprotettivo. [3]

Al contrario, trovare o creare soluzioni in cui il proprio figlio abbia la possibilità di sperimentarsi porta con sé diversi vantaggi. Questo non significa che il figlio sarà autonomo solamente quando sarà in grado di fare tutto da solo, ma, al contrario, fa riferimento al concetto di interdipendenza e alla possibilità di chiedere aiuto laddove non si riesca a raggiungere un determinato traguardo.

È inoltre, dal punto di vista societario, una risposta collettiva può avere un impatto oltre che per le persone con disabilità, anche per la comunità in termini di restringimento delle spese relative alla casa e della nascita di nuove forme di aiuto reciproco e solidale. [4]

 

Queste esperienze mostrano stili abitativi utili a dar vita a comportamenti di partecipazione civile attraverso l’attivazione di forme di solidarietà e welfare dal basso, favorendo processi di integrazione sociale. Possono quindi rientrare in quelle nuove forme di mobilitazione che rilanciano e arricchiscono le relazioni, facendo emergere una socialità latente, che in tempi di individualizzazione, sembra compromessa.[5]

Diviene una possibilità di progettare un futuro, un progetto di vita personalizzato e orientato, abitando insieme ad altre persone, in un determinato contesto e quartiere.

 

Abitare insieme, porta le persone a iniziarsi a vedere come individui competenti, in grado di progettare un futuro e di viverlo, in modo attivo, come protagonisti, e, non come spettatori.[6]

Entra in gioco il concetto di adultità, a famiglia e la comunità hanno la possibilità di riconoscere che la persona con disabilità può accedere all’identità adulta che è da intendersi come una pluralità di adultità possibili.[7]

Sono diverse le iniziative di co-housing, alcune associazioni di genitori, insieme agli Enti pubblici, promuovono, inoltre, appartamenti di “transizione-palestra”, con l’obiettivo di accompagnare i ragazzi in questa separazione dal contesto domestico, implementando nuove competenze sociali, relazionali e organizzative. [8]

Questi sono esempi di generatività familiare, sono l’esito di uno scambio positivo e fruttuoso tra le generazioni familiari e sociali.

La generatività sociale si esprime nella cura dei giovani, producendo un rafforzamento e una continuità delle generazioni, poiché fornisce guida e direzione, si prende carico della loro crescita.

Durante la crescita dei figli, gli adulti sono chiamati a dimostrare cosa sia la generatività sociale e per far sì che questa sia ancor più efficace, li si vede sempre di più accomunarsi e associarsi ad altri genitori e ad altri adulti che vivono la stessa condizione.

Prendersi cura dei figli in termini di generatività familiare sociale significa espandere il proprio sistema simbolico e familiare anche l’interno della società. La generatività, come abbiamo visto, si esplica attraverso un’azione collettiva, una cooperazione; è un intreccio di legami, convinzioni, scelte e capacità che devono essere alimentate continuamente. Infatti, gli adulti in un primo momento creano luoghi e credenze in famiglia, e poi li riversano nel sociale, avvicinando anche le generazioni più giovani.

La comunità è un corpo organizzato, frutto dello scambio tra le generazioni, e, in questo senso quest’ultime possono muoversi in una logica di riconoscimento reciproco o al contrario.

 

Possiamo concludere, dunque, affermando che sono molteplici le iniziative inclusive per ragazzi con disabilità, così come vi sono diversi spazi di sostegno alla genitorialità, poiché nel tempo si è dimostrata la loro efficacia sia in termini individualistici, per cui per le singole famiglie, sia a livello societario.

Sviluppare un welfare generativo vorrebbe dire allargare ancora di più lo scambio fruttuoso che ne deriva dalla collaborazione con e tra le famiglie, riversando effetti positivi su tutta la comunità.

La società, di fronte a tali progetti, si è resa attiva e collaborativa, sono diverse le aziende che sostengono associazioni e progetti derivanti da esse, proprio per questo, questa loro propensione offre diversi spunti di riflessione, una riflessione che porterebbe a riqualificare il sociale in un’ottica maggiormente generativa.

[1] Intervista con la Fondatrice della Casa di Toti Onlus

[2] Citazione studio Parentage, https://www.parentage.it/

[3] Bichi L., Disabilità e pedagogia della famiglia. Madri e padri di figli speciali, Op. Cit

[4] Azzolari B., Zappella E., “Home page: perché la casa è una pagina tutta da scrivere”: analisi di un’esperienza pilota di convivenza tra giovani con e senza disabilità, Pensa MultiMedia Editore, Formazione & Insegnamento XIX, 1, 2021

[5] Costa G., Bianchi F., Rilanciare il legame sociale attraverso pratiche di condivisione abitativa, la Rivista delle Politiche Sociali, 2020

[6] Mura A., Disabilità, identità e rappresentazioni sociali tra passato e presente. In Identità, soggettività e disabilità, Processi di emancipazione individuale e sociale, FrancoAngeli, Milano, 2013

[7] Azzolari B., Zappella E., “Home page: perché la casa è una pagina tutta da scrivere”: analisi di un’esperienza pilota di convivenza tra giovani con e senza disabilità, Op. Cit., p. 267

[8] Persico G., Ottaviano C., Vivere insieme come risposta ai bisogni abitativi di giovani donne con e senza disabilità: una sfida generativa alle politiche abitative. Autonomie locali e servizi sociali, 41, 1, 2018

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