DirettA-scetate: chi sa immaginare può fare tutto, anche l’impossibile

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A-scetate è stato un progetto di arteducazione portato avanti, in quest’anno di pandemia, da Maestri di Strada, Progetto Axé Italia, Trerrote – Teatro Ricerca Educazione, grazie ai finanziamenti di Fondazione Con il Sud, Fondazione San Zeno e Fondazione Prosolidar.

Per festeggiarne la conclusione, Rocco Fava, coordinatore del progetto A-scetate insieme a Nicola Laieta, ha cercato di raccontarlo in DirettA-scetate, andata in onda il 20 aprile 2021, mostrando come, nonostante i lunghi periodi di quarantena e l’obbligo della distanza che ha colpito duramente la scuola, molto è stato fatto, con risultati inaspettati ed entusiasmanti.


La nostra diretta è cominciata in Brasile, lì dove sono nate l’arteducazione e la pedagogia del desiderio, i due pilastri che ci hanno sostenuto ed ispirato.

Ci siamo infatti collegati con Salvador, incontrando Cesare de Florio La Rocca, Presidente di Projeto Axé Brasile, e Marcos Candido, co-fondatore e coordinatore dell’area arteducativa. Cesare ha iniziato parlando della difficile situazione in cui si trovano:

E’ talmente dura che nessuno specialista brasiliano si azzarda a fare previsioni. Prima eravamo sotto una pioggia di previsioni, più realistiche, meno tragiche. Oggi siamo sprofondati nella disperazione più profonda, e questo è la peggiore conseguenza della Pandemia, un popolo disperato e noi dobbiamo lavorare perchè i nostri bambini, i nostri educatori non siano seminatori di disperazione, ma seminatori di speranza. Lo stiamo facendo con tutte le nostre forze, affermando che in nessun momento in questi tredici mesi di pandemia le attività arteducative di Axé si sono fermate grazie alla immensa determinazione di tutti nell’Axé nel portare questa speranza tutti i giorni a disposizione dei ragazzi delle loro famiglie dei nostri educatori.

Di fronte a quest’affermazione così netta, non si può che rispondere come ha fatto Nicola Laieta:

Le parole di Cesare sono molto toccanti perchè qui dall’altra parte dell’oceano siamo tutti quanti veramente preoccupati di quello che sta succedendo in Brasile.

Subito dopo Cesare ci ha parlato dell’arteducazione, questa parola così ricca di energia, e del perché è un approccio educativo necessario se si vuole fare un’educazione di alto livello:

Ciò che vorrei dire alle mie compagne e ai miei compagni di questo viaggio di oggi è che è ridondante parlare di arteducazione, ma è una ridondanza ancora necessaria: è impossibile educare senza la presenza dell’arte, della bellezza e dell’estetica. L’arte è a disposizione di tutti. Paulo Freire, ha inventato una parola che non esisteva nel dizionario portoghese, boniteza, che lega insieme bellezza e personalità, come qualcosa che si fruisce e si produce allo stesso tempo.
Senza la partecipazione attiva, gioiosa, fondamentale della bellezza è impossibile educare.

Il valore educativo della bellezza lo hanno testimoniato i ragazzi dei laboratori dei Maestri di Strada, a cui abbiamo posto tre domande:

Cos’è per te la bellezza? Che posto ha l’arte nella tua vita? Perché frequenti i laboratori di arteducazione?

Molte belle le risposte dei ragazzi. Non possiamo ovviamente segnalarle tutte, ma queste ci sembrano le più significative:

Che cos’è per la bellezza?

“Le cose belle della vita sono quelle che ti costruisci”
“Qualcosa che fa vibrare lo stomaco e non riesci a dire niente.”
“Quando vedi che una persona si prende cura dell’altra”

Che posto ha l’arte nella tua vita?

“Vedere la gente davanti che guarda, vedere le persone che si aspettano da te l’impossibile mi ha fatto pensare, mi sono detta: allora io devo dare l’impossibile”
“Una persona che sa immaginare per me può fare tutto”
“Riuscire a dire cosa provo senza dirlo nettamente, riuscire a capire come le altre persone stanno anche se loro non lo dicono”
“È diverso, è nuovo, è talmente bello che non so neanche che cosa devo dire”
“L’arte secondo me è un microscopio, per vedere meglio i dettagli delle cose. Le cose che non tu vedi a primo impatto, però ti arrivano dopo, e le capisci”

Perché frequenti i laboratori di arteducazione?

“Perchè gli educatori sono speciali, si fanno a quattro per noi”
“Perché mi diverto, faccio conoscenze e trasmetto le mie passioni”
“È un posto dove ti puoi esprimere, dove cacciamo la creatività che abbiamo”
“Perché so che faremo cose belle e insieme ci divertiamo. Questo è importante, divertirsi insieme.”

 

Nel frattempo ci aveva raggiunto anche Cesare Moreno, presidente dei Maestri di Strada, che ci ha raccontato come  l’arteducazione è sbarcata a Napoli.

Nel 1998, quando è cominciato il progetto Chance, l’arte non era praticata nelle scuole. Noi abbiamo fatto si che una disciplina che si praticava solo due ore a settimana venisse praticata tutti i giorni. Avevamo un problema molto complesso,  dovevamo aprire porte del cuore che la ragione non apre. Dovevamo fare in modo che i ragazzi uscissero fuori da un copione di vita in cui non contavano niente, in cui il posto per la bellezza non c’era. Chi vive in mezzo a cose brutte finisce col pensare che anche lui è brutto, e brutto è parente di cattivo. E cattivo significa prigioniero. I ragazzi erano prigionieri di ciò che è brutto. La bellezza e l’arte erano strumenti di cambiamento di se, cioè strumenti educativi. Come ha già detto l’altro Cesare, l’arte e l’educazione sono la stessa cosa, ti portano entrambe fuori di te, in qualche cosa di necessario e di indispensabile, la contemplazione. L’arte non si dice, si sente, non si percepisce attraverso un organo, si percepisce attraverso tutto il corpo. L’esperienza artistica somiglia molto all’esperienza mistica. Quindi noi abbiamo portato nei luoghi infimi della città un’esperienza religiosa, un’esperienza spirituale. Invece di nutrire i corpi, di occuparci solo dei bisogni materiali, abbiamo fatto in modo che i bisogni psichici fossero consdierati bisogni primari. Io racconto sempre che la dimostrazione che l’arte è un bisogno primario lo dimostrano le pitture rupestri. Degli uomini che forse non riuscivano ancora a parlare hanno sentito il bisogno di fare dei disegni bellissimi sulle pareti. Vedere queste pitture è un’esperienza straordinaria, che ti fa toccare con mano che l’arte non è un bisogno superfluo, è un bisogno essenziale.

A lui abbiamo anche chiesto di dirci in che senso e in che modo l’arteducazione può risultare utile in Italia, in un contesto diverso da quello del Brasile.

L’arte è un bisogno ancora più essenziale per chi vive esperienze complesse come quelle in cui viviamo noi oggi. Quello che succede nelle viscere delle città moderne è qualcosa di molto peggio del ghetto della miseria, è il ghetto dell’anima. In situazioni di povertà educativa manca quella spinta al cambiamento che è presente nel caso della povertà economica. La povertà educativa è una povertà interiorizzata che impedisce di vedere oltre se stessi, una povertà che ti impedisce i movimenti della mente. L’arte per definizione fa vedere oltre se stessi. Prima di incontrare il progetto Axé avevamo utilizzato l’arte senza aver riflettuto sul fatto che l’arte era sinonimo di educazione. Grazie ad axé, a questa energia, abbiamo capito che l’arte non era uno strumento, ma era immediatamente educativa. Finito il progetto Chance abbiamo dato a tutte le arti un ruolo di primo piano nel processo educativo, ma anche nel processo di istruzione.  Una delle cose che facciamo qui è di lavorare con le scuole, dicendo che l’arte non è alternativa all’apprendimento scolastico, ma è l’unica strada per arrivare a un vero apprendimento. I nostri ragazzi che fanno arte, imparano si l’arte ma imparano anche le relazioni, imparano la cooperazione, imparano a parlare, imparano a scrivere, a raccontare… tutte discipline scolastiche a cui si arriva attraverso l’arte, non contro l’arte. Ai ricchi l’arte serve come ornamento, ai poveri come nutrimento.

L’arte non è un diversivo, ma è una via maestra per raggiungere il cuore delle persone e per innescare l’apprendimento, l’educazione.

Ma come può l’arte servire come strumento primario per innescare l’apprendimento?, e che tipo di pedagogia ci prospetta questa convinzione?

E’ il momento di parlare della Pedagogia del Desiderio, e in questo ci viene in aiuto Marcos Candido, co-fondatore di Projeto Axé.

Bisogna partire da un concetto-chiave introdotto da Paulo Freire, ossia il fatto che l’umano, gli uomini e le donne, le persone, sono marcati da una incompletezza. Da questa idea più generale, siamo arrivati all’idea che il desiderio sia un modo per risolvere il problema dell’incompletezza dell’essere umano. Dall’incontro tra la parola incompletezza e la parola desiderio abbiamo capito che lavorare con i ragazzi che vivono in strada, che sono poveri non doveva essere fatto sulla base dell’idea di necessità, che ti porterebbe a dire che noi sappiamo di cosa hanno bisogno i poveri, i ragazzi, e l’incompletezza, in questo senso, sarebbe trovare degli oggetti necessari e offrirli ai ragazzi, che rimangono incompleti. Questo è l’approccio più comune, e fallimentare. Nell’incontro con i ragazzi… se i ragazzi sono incompleti anche noi siamo incompleti. Incompiuti. La strada che abbiamo scelto, nell’incontro con i ragazzi, è diversa. Siamo noi educatori che desideriamo  i ragazzi. Il desiderio, in questo senso, è il desiderio dell’altro, ma non necessariamente, e qui entra l’arte e la bellezza, il piccolo altro, come direbbe Lacan. Non sono io, come individuo, l’altro dei ragazzi, ma è l’Altro con A maiuscola. “La musica per me è tutto”, diceva uno dei ragazzi, e questo è molto bello. La musica, l’arte di fare musica, è un oggetto che sembra totale non perché completo e concluso, ma perché continua a contenere dentro di se, ad incarnare, a generare sempre in chi lo incontra un desiderio di altra musica. L’arte, l’oggetto artistico è un oggetto che genera desiderio.

Come diceva Spinoza, “il bello eccita il desiderio”.

Termina così la prima parte del viaggio, e, dopo aver gettato le basi teoriche, entriamo nel vivo dei laboratori, accompagnati da Maestra Bellezza, invitata ad entrare e a guidarci nel cammino da Cesare de Florio La Rocca.

Il primo laboratorio che visitiamo è lo Spazio Arteducazione di Milano, un progetto che lavora ormai da 6 anni nella periferia nord-est di Milano, nella zona di via Padova.

Non è stato possibile un collegamento in diretta, ma siamo entrati nei laboratori grazie ad un video che ci hanno mandato accompagnato da un saluto:

Ti chiediamo di portare i nostri saluti agli ospiti che saranno presenti. I saluti di tutti noi: degli arteducatori e delle arteducatrici di Tempo per l’Infanzia ma anche dei ragazzi e delle ragazze che, come sai, hanno partecipato alla costruzione di questo video-racconto. Loro che sono i soggetti desideranti che nutrono e provocano continuamente il nostro desiderio.

Un abbraccio sconfinato e speciale lo mandiamo, in particolare, a Cesare e Marcos di Progetto Axé il cui sguardo, le sane provocazioni e la riflessione sulla pratica ci mancano più che mai…li desideriamo, appunto! Speriamo di ritrovarli presto!

I ragazzi e gli educatori, insieme, si sono fatti delle promesse reciproche, partendo da alcune idee chiave che definiscono cos’è per loro l’arteducazione.

LIBERTÀ INVENTARE IMPEGNO

Ti prometto: 

che torneremo a giocare per le strade, nelle piazze come i pazzi, e la pioggia non farà più paura, giocheremo sotto l’acqua non più chiusi tra le mura. Bacerò la mia terra come finora non ho mai fatto, e non m’importa cosa pensa la gente, se mi daranno del matto. Lotteremo fino al tramonto ed il tempo sarà di poco conto. Sotto le stelle, sotto la luna torneremo a giocare, questo è sicuro.

QUESTIONE DI DIRITTI, OGGI PIÙ DI PRIMA:

DIRITTO DI RELAZIONE IN PRESENZA

DIRITTO DI ESSERE SOGGETTI IN DIALOGO CON SÈ E CON GLI ALTRI

una scuola più carina, una scuola che va oltre, una scuola che sconfina! nella mia classe non resterà mai indietro, che tu sia Mohammed, Charin o Pietro. Sotto gli alberi faremo lezione, senza voti, nessuna punizione. Non sarai nè l’ultimo nè il primo, una classe, un unico respiro.

RESISTERE RI-ESISTERE

Io avrò cura di te, accorceremo le distanze finalmente fuori dalle nostre stanze, Vorrei una famiglia completa, saremo unici in questo pianeta, e quando sarai in difficoltà noi ci saremo sulle sponde del Nilo, del Tigri e del Reno. Prendi questo come fosse una promessa, farò di tutto per essere me stessa

NELLA BELLEZZA

Lo spazio arteducazione è come una seconda casa per me

Vedere cose nuove, divertirsi, imparare, sudare per raggiungere un obbiettivo

Per me fare arteducazione, venire qua, è quando esco da scuola e posso distrarmi, quindi non pensare a quello che faccio a scuola

con i professori, ma allo stesso tempo è come se fosse un’altra scuola, un’altra casa, vengo qua e non faccio quello che voglio perchè ci sono delle regole però non ho delle regole per la mia mente, su come distribuire i miei pensieri, invece a scuola si e questo non è molto bello, cioè mi schiaccia a volte

L’ARTEDUCAZIONE È UN VIAGGIO CHE, OGNI GIORNO,

SCONFINA

NEL DESIDERIO DI ARTE, CULTURA E BELLEZZA!

CI EDUCHIAMO INSIEME,

AL PRESIDIO SPAZIO ARTEDUCAZIONE COSÌ COME A SCUOLA:

RAGAZZI, FAMIGLIE, ARTEDUCATORI, INSEGNANTI, ABITANTI DEL QUARTIERE…


Confortati dalle promesse che i ragazzi e gli educatori dello Spazio si sono reciprocamente fatti, proseguiamo fino a Napoli, ed entriamo nel  Cantiere Urbano Beni comuni a Napoli Orientale (CUBO) che ospita i laboratori dei Maestri di Strada.

Iniziamo con il laboratorio di Arti visive, introdotto da un video che mostra la creazione, nel laboratorio di serigrafia artigianale, di una Shopper con una frase della Ginestra di Leopardi da un lato e un disegno dall’altro… Cos’è una Shopper? se non lo sapete, avete una ragione in più per guardare il video!

Cira Maddaloni, coordinatrice del polo territoriale delle arti visive e (soprattutto) arteducatrice,  e Viviana Perla, educatrice del laboratorio, ci accolgono nel laboratorio, uno spazio dove,

oltre a sperimentare le tecniche classiche del disegno e dell’arte, stiamo avviando da qualche mese, anzi forse da un annetto, un laboratorio di serigrafia artigianale: siamo partiti da una piccola macchina manuale, il sogno ci è venuto dalla visita in Brasile, perché quando ho visto la serigrafia ho pensato subito che fosse estremamente potente perché permetteva di trasformare il disegno di un ragazzo in un manufatto artigianale, replicabile ma soprattutto vendibile. Si tratta di un percorso professionalizzante, e il nostro sogno è quello di diventare una micro-impresa.

Dal vivo abbiamo visto le macchine all’opera. Giovanni e Giusi, due ragazzi del laboratorio, hanno stampato una shopper ispirata da una visita alle villa “vesuviana” di Giacomo Leopardi, durante la quale è nata l’idea di replicare una delle famose mattonelle napoletane, le antiche riggiole, accompagnata da una frase della Ginestra. 

odorata ginestra, contenta dei deserti

I ragazzi, infatti, si sono riconosciuti in questo “piccolo fiorellino, però meraviglioso e pieno di bellezza, che riesce a resistere anche nei terreni più aridi”.


Proseguiamo con il laboratorio musicale, molto attivo durante la quarantena, anche a distanza, attraverso collegamenti online, che hanno permesso di giocare e di mantenere vive delle relazioni con i ragazzi e tra gli operatori. Insieme si è a riusciti a produrre bellezza!

Irvin Vairetti, in una precedente intervista, ci ha parlato a lungo di questo Rap della quarantena:

Il testo, ossia quest’atto creativo nato nel laboratorio con i ragazzi, da un lato racconta il periodo della quarantena come momento storico significativo, ma dall’altro si proietta anche verso il futuro perché i ragazzi, già nella fase 1, di clausura, si immaginavano un ritorno per le strade, senza avere vergogna di indossare mascherine, di rispettare misure di sicurezza etc. Volevano tornare in strada e vivere di nuovo la socialità con amici e compagni. Infatti questo laboratorio arteducativo è nato con l’obiettivo principale di fornire loro l’opportunità di mantenere vive delle relazioni, e soprattutto di mantenere vivo il desiderio di relazionarsi.
L’intuizione iniziale è nata dallo stimolo di Claudia, che ha proposto di raccontare qualche cosa di quello che stavamo vivendo attraverso una sfida rap. Tra l’altro poi Claudia è stata tra le più timide, al momento della realizzazione, si è dedicata alla scrittura, ma non ha cantato. Ha anche lavorato alla realizzazione del video con le grafiche nel laboratorio di arti visive con Cira Maddaloni.

In collegamento dal vivo, Irvin ci da il benvenuto da uno spazio inaugurato proprio il giorno delle diretta, un piccolo cantiere nel macro-cantiere CUBO, in una stanza imbiancata e stuccata con i ragazzi, che hanno anche aiutato a mettere il parquet a terra. Uno spazio, ci ha rivelato, che ospiterà presto la nascente Band del Lotto-G, di cui dal vivo abbiamo ascoltato le prove di un pezzo in lavorazione, un brano inedito…


Infine, last but not least, il laboratorio di teatro, introdotto dal video di una produzione, La ladra, frutto di un laboratorio tenuto in vita anche durante il periodo di isolamento

Nicola Laieta ci ha accolto e ci ha parlato del lavoro del gruppo di teatro:

Anche la stanza del gruppo teatrale, come quella della musica, è stata costruita dai ragazzi, dai genitori, dagli educatori e da alcuni architetti con un laboratorio di auto-costruzione.  Questo è un primo messaggio importante: il tentativo di far diventare coscienti i ragazzi che questo spazio è loro, e quindi non solo hanno il diritto di usarlo, ma se ne devono anche prendere cura.

Al centro dell’idea del laboratorio di teatro, sostenuto dagli educatori e dagli arteducatori che crescono nei laboratori di Trerrote, c’è un lavoro sull’individuo, sull’individuo nel gruppo e sul gruppo che diventa una comunità.  Che significa comunità? Significa che un gruppo di persone, per il tempo che passa insieme, per la cura reciproca che si crea tra i ragazzi mentre preparano uno spettacolo, per l’emozione di fare uno spettacolo in teatri importanti della città, crea una comunità calda, a cui senti di appartenere.

Una comunità che adesso ha una casa, e questa casa poi si apre alla città.

Quello che noi cerchiamo di fare con i nostri spettacoli, ma anche semplicemente con i nostri esercizi, è di mostrare altri mondi possibili, altri aspetti dei ragazzi possibili. L’arte è uno specchio, per i ragazzi innanzitutto, che si sorprendono ad essere diversi da quelli che pensano di essere, ed uno specchio anche per chi li guarda sotto un’altra forma.

Gli esercizi che ci hanno presentato sono due:

  • il primo che rappresenta proprio l’unione tra individuo, coppia e gruppo, un esercizio che crea relazione. La relazione tra i ragazzi è ciò che tiene uniti i gruppi, se non ci fosse relazione tra di loro i gruppi non resisterebbero.
  • il secondo è un’improvvisazione preparata ieri partendo da Romeo e Giulietta. Per i ragazzi Romeo e Giulietta rappresentano il rischio del desiderio e l’angoscia dei mille desideri da cui oggi siamo circondati. Tutto questo trasformato in una coreografia, molto breve, ispirata agli elementi naturali.

La cosa bella è usare la metafora, uscire dalla maniera normale di pensare. Viviamo in un’epoca in cui rimanere fermi sembra rimanere esclusi dal mondo, per cui le angosce che vivete ogni giorno perchè vi sentite tirati da mille parti.. . ma questa angoscia del movimento continuo come si trasformerebbe in un elemento naturale. I ragazzi hanno risposto: in una notte piena di lampi. E da questo è nata l’improvvisazione.


Lasciamo quindi la Campania, e ci spostiamo ancora più a sud, a Ruvo di Puglia, dove incontriamo gli amici della Scuola di Arti Musicali e Performative “Bembé”.

Anche loro ci hanno mandato un bellissimo video

Il progetto Bembé e Ruvo di Puglia sono per noi delle novità, e quindi abbiamo chiesto a Tommaso Scarimbolo, il padrone di casa e figliol prodigo di quella terra, di farci conoscere il luogo in cui ci troviamo, e il suo rapporto con il suo paese.

Ci troviamo a Ruvo di Puglia, equidistante tra Bari e Barletta. Terra molto particolare, tra la costa, densamente abitata, e le Murge, simil-deserto nel senso più positivo del termine. Io sono partito diverse volte e sono sempre tornato, perché sono convinto che io ho bisogno di questa terra e che questa terra ha bisogno di persone che se ne prendano cura.  Il progetto Bembé è anche questo, è una presa in carico del futuro del proprio paese, per quel poco che si può fare. Attualmente siamo in pandemia pesante, ma facciamo tanti progetti e stiamo creando molte sinergie e portando avanti molti progetti.

Tu lavori con gli strumenti, ma ricerchi anche la voce degli strumenti. Cosa intendi? Come dagli oggetti, dagli strumenti, arrivi alle persone?

All’interno dei laboratori, un qualsiasi ragazzo che si iscrive al progetto di Bembé per imparare il pianoforte o qualsiasi altro strumento, può approfondire la voce del suono delle cose, di qualsiasi. strumento che non è strumento, attraverso un laboratorio che si chiama appunto il suono delle cose. Il senso è quello di andare a trovare la voce di ogni cosa prima di buttarla (tra virgolette). Un oggetto sta lì: suona? come suona? che identità ha? che funzione ha, al di là di essere, che so, un porta-ombrelli?

Facendo un parallelo un po’ con gli esseri umani, io dico sempre ai ragazzi: le persone hanno una voce anche se non parlano. Va cercata la voce che hanno. Bembé è un po’  questo progetto, quello di accogliere la voce che sta dietro quello che tu vedi. E un luogo di accoglienza da questo punto di vista, nel senso che a me piace sempre cercare di tirar fuori un’altra voce e ogni strumento è un allenamento a questo. Se uno strumento lo suoni dopo aver fatto un processo di consapevolezza per tirar fuori la tua voce, quell’altra voce, ti immergi in un tempo che si riempie di senso e crei la tua storia.

E assolutamente necessario questo processo per poter raggiungere una pienezza di sé. Non mi va di trattare i ragazzi dai polsi in giù, mi va di trattare i ragazzi dai polsi in su, cioè tutto il corpo.  Non si può fare arte se non attraverso un processo di creazione, una voglia di creare comunità, di fare delle cose, creare dei legami e andare oltre la semplice performance. 

Insieme a Tommaso, c’era ad accoglierci Annalisa che ci ha raccontato come ha conosciuto Bembè e qual’è il suo rapporto con la bellezza e con l’arte.

Sono entrata a Bembé perché volevo imparare a suonare il basso elettrico, e una volta arrivata in quel luogo sentivo di essere stata abbracciata da un calore fortissimo, pur non essendoci nessuno attorno a me. Respiravo quest’aria magica, sentivo che c’era qualcosa di più, che ero in un luogo che andava oltre l’imparare lo strumento. E infatti così è stato, mi sono addentrata sempre più all’interno dell’associazione, su diversi fronti, dalla segreteria , l’amministrazione, la burocrazia, ma anche le attività laboratoriali in diversi progetti. Mi è servito per fare esperienza, per crescere e per rendermi visibile la bellezza dell’arte e dell’educazione. La musica è educazione, riesce ad educarmi, ed è un piccolo grande mondo in cui potersi rifugiare. Mi piace perciò insegnarla e mi sono addestrata come maestra di propedeutica musicale con i bambini che fanno parte della nostra associazione.

La voce di Andrea, che fin’ora era rimasto silenziosamente sullo sfondo, l’abbiamo poi sentita non con le parole ma attraverso il suo dare voce allo strumento. Per usare le parole del maestro Tommaso, Andrea ci ha fatto ascoltare la sua ‘altra’ voce.

Con l’altra voce di Andrea, il partire e tornare del Maestro Tommaso e la futura Maestra Annalisa si chiude il nostro viaggio.

O forse no: il nostro augurio è, infatti, parafrasando il titolo di un famoso libro, che Axé NON si fermi a Ruvo di Puglia, ma vada avanti, non solo verso sud, ma in tutte le direzioni.


Prima di lasciarvi, vogliamo dare spazio alle parole del poeta greco Costantino Kavafis

Sempre devi avere in mente Itaca

raggiungerla sia il pensiero costante

soprattutto non affrettare il viaggio

fa che duri a lungo, per anni,

e che da vecchio metta piede sull’isola

tu ricco dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio

senza di lei mai ti saresti messo sulla strada

Che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera non per questo Itaca ti avrà deluso

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza

adesso già tu avrai capito

ciò che Itaca vuole significare.

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