Il rap arteducativo

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Si è discusso molto in questi mesi del futuro della scuola, che ancora appare abbastanza incerto. Pochi giorni fa, Stefano Buffagni, viceministro dello sviluppo economico, in una lettera al Corriere della Sera, sottolineando l’importanza del lavoro del terzo settore, riassumeva così la situazione: “Il Covid ha provocato, dal punto di vista sociologico e culturale, un’estremizzazione delle criticità presenti in Italia sul fronte della povertà educativa e della vulnerabilità familiare. Negli ultimi mesi sono stati i bambini i più forti, perché hanno dovuto scovare risorse di resilienza e di motivazione al sapere e alla conoscenza.” Proprio pensando alla resilienza e al desiderio di conoscenza mostrato dagli studenti, l’Avvenire ha proposto una traccia immaginaria per il tema di maturità, in cui si chiedeva ai ragazzi se la pandemia del covid fosse stata “una distopia sul nostro futuro o una possibilità da realizzare”.

L’idea era quella di dare voce ai ragazzi per capire come hanno vissuto questa esperienza. A Napoli, con l’aiuto di alcuni educatori di Maestri di Strada, è avvenuto proprio questo. Claudia, Mattia, Raffaella, Annalisa, Sara, Nunzia, Noemi, Carmela, studenti dell’I. C. “83 Porchiano-Bordiga”, hanno intonato il loro canto di libertà post lockdown, realizzando il Rap della Quarantena, un video, curato da Irvin Vairetti, Cira Maddaloni, Gabriele Gigante e Silvia Mastrorillo, di cui hanno parlato diversi giornali nazionali e la televisione stessa.

Abbiamo chiesto a Irvin Vairetti, responsabile del Laboratorio di Musica di Maestri di Strada, di parlarcene. 


Intervista a cura di Giorgio Guzzetta, responsabile della comunicazione per il Progetto Ascetate

Una domanda d’obbligo è: Come hai vissuto questo periodo di quarantena? 

In un certo senso si può dire che ho visto i due lati del rapporto educativo. Essere papà di tre bambini compressi in casa è stato un bel delirio, soprattutto organizzativo. Mia moglie poi è insegnante di spagnolo al liceo linguistico, quindi presissima dalla didattica online. Posso dire che è stato veramente, e continua ad  essere, un periodo abbastanza difficile e complesso. 

E il tuo lavoro di educatore com’è andato?

Con gli altri maestri di strada sono state fatte tante cose in questo periodo come azioni educative. Siamo riusciti a realizzare veramente tanto, avendo anche un bel riscontro dalle scuole che ci hanno detto che grazie a noi si sono fatte tante cose con i ragazzi che forse non si sarebbero potute realizzare; quindi è andata bene.

Una delle cose che sono successe è proprio questo Rap della Quarantena, di cui hanno parlato diversi giornali nazionali e anche la tv, se non sbaglio. Il video rappresenta un po’ il messaggio che gli studenti hanno voluto lasciare a conclusione dell’anno scolastico. 

In realtà questo laboratorio di arteducazione integrato, che ha coinvolto più linguaggi, più laboratori, (anche se quello musicale è stato indubbiamente quello trainante, quello centrale, attorno al quale si sono innestati laboratori di arti visive, di teatro e video making, e anche uno di scrittura creativa, che ho condotto insieme a Silvia Mastrorillo),  è nato durante la fase di lockdown dal laboratorio, e si è prolungato poi anche nel periodo successivo. Proprio durante il lockdown nasce l’idea del rap della quarantena.

Infatti, parliamo proprio di questo. Ormai che siamo fuori dalla fase più critica, la fase uno, e molti vorrebbero guardare al dopo, al futuro, che si annuncia molto incerto, può sembrare un po’ strano scegliere la quarantena come tema del video. Potrebbe sembrare quasi un voler guardare indietro e non avanti. Come mai avete fatto questa scelta? com’è nata? 

Il testo, ossia quest’atto creativo nato nel laboratorio con i ragazzi, da un lato racconta il periodo della quarantena come momento storico significativo, ma dall’altro si proietta anche verso il futuro perché i ragazzi, già nella fase 1, di clausura, si immaginavano un ritorno per le strade, senza avere vergogna di indossare mascherine, di rispettare misure di sicurezza etc. Volevano tornare in strada e vivere di nuovo la socialità con amici e compagni. Infatti questo laboratorio arteducativo è nato con l’obiettivo principale di fornire loro l’opportunità di mantenere vive delle relazioni, e soprattutto di mantenere vivo il desiderio di relazionarsi.

L’intuizione iniziale è nata dallo stimolo di Claudia, che ha proposto di raccontare qualche cosa di quello  che stavamo vivendo attraverso una sfida rap. Tra l’altro poi Claudia è stata tra le più timide, al momento della realizzazione, si è dedicata alla scrittura, ma non ha cantato. Ha anche lavorato alla realizzazione del video con le grafiche nel laboratorio di arti visive con Cira Maddaloni. 

Il laboratorio musicale è stato un contenitore per cercare di realizzare concretamente quel principio insito nella musica, l’armonizzazione tra varie individualità, particolarmente significativo in un momento come  questo, in cui i ragazzi, soli a casa, si percepivano come individui slegati da tutto il contesto. Invece questi laboratori hanno offerto l’occasione per potersi relazionare di nuovo tra di loro e anche per mantenere viva la relazione educativa con noi, con gli educatori che li avevano accompagnati in un processo importante. In particolare Silvia che è la coordinatrice di tutto il progetto del rap da quarantena: è stata l’educatrice di riferimento nel loro passaggio dalla V elementare alla I media, un accompagnamento importante che hanno vissuto con noi precedentemente al lockdown. Ed è stato significativo che fossimo proprio noi a far si che si relazionassero a questa esperienza in maniera collettiva e non individuale. Il momento narrativo della creazione del testo e il momento in cui poi sono iniziate le prove musicali e abbiamo iniziato a lavorare sui suoni, sui loro gusti musicali, è stato un’occasione in cui si sono confrontati i loro diversi gusti e si sono armonizzate le loro diverse inclinazioni. 

Sinteticamente, ci può dire come sono nati i testi…

Sono nati giocando in questo laboratorio online: ognuno di loro esprimeva con delle frasi dei pensieri sul periodo storico che stava vivendo e poi ne nascevano dei giochi attraverso cui anche gli altri intervenivano facendo in modo che quei pensieri liberi si potessero trasformare nel testo di una canzone, facendo attenzione alla metrica, alle rime, giocando con la rima baciata, la rima alternata, la rima incrociata. Ed è stata anche l’occasione di unire un laboratorio nato con finalità espressivo-comunicative ad un laboratorio che avesse finalità di competenze linguistiche legate alla metricae all’utilizzo di parole. Si sono anche intrecciate più lingue, in particolare l’italiano e il dialetto napoletano, attraverso un lavoro che ha permesso ai partecipanti di reinterpretare il loro modo di utilizzare il dialetto in relazione al napoletano come lingua, tutelato anche come patrimonio Unesco. Per loro è stato anche un modo interessante di entrare in contatto con contenuti più formali. Il monitoraggio di questo laboratorio è stato anche rapportato alle competenze-chiave europee, in modo da permettere una restituzione per la scuola:  che fosse cioè non soltanto un laboratorio per creare relazioni tra noi maestri di strada  e i ragazzi ma anche un contributo alla scuola. 

La scuola, rispetto a questo, come ha reagito, come l’hanno presa?

Abbiamo organizzato un momento di restituzione, proprio una decina di giorni fa in cui abbiamo incontrato la dirigente della scuola e i docenti che appartenevano a varie prime medie,  i quali sono rimasti felicemente impressionati, con un’emozione fortissima, nel senso che chiaramente avevano intravisto in alcuni degli alunnidelle vocazioni artistiche teatrali e musicali, ma non immaginavano che potessero farle fruttare in un periodo di didattica a distanza, perchè loro hanno avuto le mani legate.

Infatti,  anche andando oltre i diktat istituzionali, si sono sentiti molto legati, e non avevano la percezione di quello che potevano produrre i ragazzi. La cosa che stiamo dicendo noi, è che abbiamo avuto la possibilità e la libertà di spostare la didattica a distanza più che su una logica trasmissiva su una logica creativa, facendo in modo che questi laboratori, questa didattica non fosse orientata a trasmettere contenuti da docenti esperti ai ragazzi, ma un modo per far sperimentare la loro creatività e il loro desiderio di mettersi in gioco.

Quindi, la logica che vi ha guidato non è stata trasmettere dei contenuti ma stimolare la creatività dei ragazzi stessi: partendo dall’ascolto dei loro desideri, avete raccolto delle suggestioni e delle idee che poi i ragazzi stessi hanno sviluppato giocando insieme a voi educatori e nello stesso tempo sviluppando le proprie abilità nell’uso e nella comprensione di diversi linguaggi espressivi…

Esattamente: durante la realizzazione del laboratorio che in origine si occupava, in forma quasi esclusiva. di scrittura creativa e musicale, ci siamo resi conto della necessità di offrire ai ragazzi l’opportunità di esprimersi anche attraverso altri linguaggi. Ecco perché siamo arrivati al video, che non è stato pensato subito ma solo dopo esserci  relazionati con loro. In quel momento abbiamo percepito in loro la voglia di esprimersi in altri linguaggi pur non essendo consapevoli di quali linguaggi si trattasse e allora, creando occasioni attraverso il laboratorio di arte, essi hanno cominciato a raccontare il testo scritto con disegni, ad interpretare teatralmente quello che avevano cantato facendo dei video e sono stati attivati 3 laboratori paralleli: musica e scrittura creativa, arti figurative, video making teatrale. 

I docenti non hanno partecipato direttamente in un’attività di restituzione, la loro partecipazione è stata quella di una presa di coscienza della necessità di valorizzare, nella valutazione finale di questi ragazzi, a questo percorso realizzato con noi. La nostra grande conquista è stata quella di fare in modo che non fosse semplicemente  un dire “ma come sono bravi sti ragazzi”, ma l’occasione per fare in modo che delle competenze nate in un laboratorio diverso da quello della didattica tradizionale consentissero loro di aver più elementi per valutare l’evoluzione di questi ragazzi. Il percorso fatto con noi è entrato anche nella valutazione scolastica: questo è il feedback positivo che abbiamo avuto.

Perché il rap? è chiaro che il risultato viene da un percorso non premeditato, ma sviluppato con i ragazzi. Ma il rap è qualcosa che già prima avevi già sperimentato prima nel lavoro con i ragazzi o è venuto fuori soltanto adesso?

Sicuramente nel laboratorio di scrittura creativa il rap è un genere che ci siamo trovati spesso a usare, stimolati per lo più dai ragazzi stessi, che sono conquistati da questo genere musicale, non soltanto come ascoltatori, ma perché hanno trovato in esso la possibilità di di usarlo direttamente  come canale espressivo. 

Mentre per alcuni chiaramente è un laboratorio ed una dimensione nella quale si sentono fortemente proiettati, è anche l’aggancio per poter strutturare proposte laboratoriali più ampie. Ci sono stati laboratori rap, orientati sul genere, ma in molti altri casi si è trattato di un laboratorio introduttivo che permette un aggancio di relazione e di conoscenza della loro sensibilità, del loro punto di vista, del loro modo di vedere, per poi passare a aspetti musicali orientati ad attività più strettamente strumentali, ad altri generi musicali, all’acquisizione di competenze comuni del linguaggio musicale. Quindi laboratorio rap visto in varie dimensioni. 

La base musicale è stata pre-registrata o l’hanno creata i ragazzi?

La base musicale è nata dai loro gusti nella scelta di suoni e facendo riferimento ai loro ascolti. Alcuni incontri sono stati dedicati a capire cosa loro ascoltavano, e poi io ho iniziato a fare delle bozze da casa, elaborando piano piano i loro input. Anche se l’autore della base sono io, ho sempre cercato di rispondere alle loro indicazioni e alle loro scelte, attraverso un confronto e un dialogo continuo, cercando di rispettare la loro visione. Aggiungo che una delle ragazze che ha partecipato invece ha suonato anche la percussioni. C’è stata una piccola attività strumentale, La maggior parte però ha solo cantato. 

Quindi nella tua idea di laboratorio musicale sarebbero loro a dover fare questo percorso, senza la tua mediazione?

In un’altro laboratorio, partito un mesetto prima del lockdown  e continuato anche durante, abbiamo lavorato su un’altra canzone. Partendo da un lavoro di montaggio a livello strumentale (ognuno il suo: vibrafoni, marimba, tamburi, tastiere ed altro) abbiamo strutturato un lavoro successivo durante il lockdown. Mettendo insieme il lavoro strumentale, ho creato una base strumentale su cui poi i ragazzi hanno cominciato a scrivere dei testi. A distanza mi hanno anche inviato anche le tracce di altri strumenti che ho aggiunto. L’interazione è stata più complicata, con diversi problemi tecnici che si sono dovuti risolvere. Ha contato meno il lavoro creativo/collaborativo, più il lavoro tecnico di supporto. 

Da queste cose che dici, mi sembra di percepire una certa fatica nella descrizione, che ovviamente è un riflesso delle difficoltà che avete avuto nel lavoro. Sarebbe interessante fare un confronto con lavori musicali e di scrittura creativa che avete fatto negli anni passati. Pensavo per esempio al video conclusivo dell’anno scorso,Otto Zero….

Chiaramente grazie al corpo a corpo nella relazione educativa quel lavoro ha avuto una genesi molto più profonda, nel senso che ha avuto modo di essere revisionato, di essere reinterpretato dai ragazzi con dei tempi molto più lunghi, anche con il contributo dei docenti. Nata all’interno di un contesto scolastico, in cui i docenti hanno avuto un ruolo importante. per es. la sceneggiatura di quel video è nata da un tema di italiano. La traccia della docente chiedeva di elaborare una sceneggiatura partendo dal laboratorio fatto da me insieme al docente di musica. Si è trattato di un lavoro di collaborazione con i docenti, una vera e propria co-produzione tra educatori, docenti e ragazzi. Al di là di questo i due laboratori hanno una matrice comune, in nessuno dei due casi c’era un percorso preordinato, ma è partito sempre dall’ascolto dei ragazzi. L’altra differenza è stata che in questo video sono i ragazzi che, oltre a cantare, hanno anche suonato tutti gli strumenti. 

Probabilmente la fatica di questo nuovo lavoro è nata dal dover lavorare a distanza. In questi mesi, infatti, si è molto discusso proprio di questo problema, e probabilmente ci sono state correzioni di rotta e ripensamenti rispetto all’uso del digitale. Come l’avete vissuta voi?

Non è stato un chiodo fisso il problema della didattica a distanza. Abbiamo valorizzato quello che era possibile, non quello che non si poteva fare. C’è stata fin dall’inizio comunque la consapevolezza che qualsiasi attività educativa non può prescindere dal corpo a corpo. Occorreva però cercare una forma di resistenza creativa, costruttiva che ci potesse far vivere questa esperienza così negativa come un’opportunità per comunque fare qualcosa insieme, mettere in atto un processo di resistenza. L’attivazione del laboratorio, in questa fase, non aveva nessuna pretesa iniziale tranne quella di tenere vivi i legami. Quindi ogni cosa era tendente a produrre il desiderio, l’attesa del collegamento tra loro e con noi, nell’aspettare il momento in cui si sarebbero rivisti tra loro e con noi. Questa è stata la molla che ha innescato il processo creativo e la voglia di sperimentarsi.

Nell’altro progetto gli obiettivi didattici di apprendimento degli elementi di base del linguaggio musicale e verbale erano già preventivati in una fase pre-progettuale. Con i docenti si era deciso di attivare il laboratorio perché vi erano degli obiettivi di natura didattico che si volevano perseguire. In questo caso gli obiettivi didattici sono nati in corsa, sono nati perché sperimentando questa forme di didattica a distanza abbiamo visto che delle possibilità c’erano, e sono nate dalla domanda implicita che abbiamo letto da parte dei ragazzi.

In realtà nella canzone si parla molto anche della scuola, delle difficoltà in cui i ragazzi si sono trovati. C’è un passaggio della canzone che recita: “Ma la scuola non capisce/ che così si impazzisce/ … tutta questa storia /mi farà perdere la memoria”

La storia che ti fa perdere la memoria,  in realtà dovrebbe essere il contrario. 

I ragazzi spesso ci hanno rivelato di essere stanchi di fare questo tipo di didattica a distanza che percepivano solo come sterile trasmissione di contenuti. Si chiedevano se questa non potesse essere l’occasione per far capire ai loro professori che loro volevano fare la scuola lavorando in una maniera diversa, cioè rendendosi protagonisti creativi. 

Sulla scuola si è parlato molto in questi mesi, su come la scuola ha reagito.  Anche i docenti si sono trovati in una situazione veramente folle dalla sera alla mattina, si son dovuti reinventare un modo di esercitare un mestiere    a cui non erano preparati. Dopo questo primo momento traumatico, però, un dibattito sulla scuola c’è stato. 

Anche voi in questo dibattito avete avuto una voce in capitolo? Avete avuto occasioni di confronto anche con l’istituzione?

Occasioni ci sono state: a livello nazionale, Cesare Moreno ha avuto un’audizione dalla ministra, la quale era veramente spaesata soprattutto su come tenere dentro quella percentuale di studenti che non avevano accesso digitale. Il nostro osservatorio ovviamente era molto diverso, e la nostra percentuale di non aventi accesso era ben maggiore, e non era solo di tipo digitale. Il tipo di dispersione con cui noi ci confrontiamo riguarda proprio la disaffezione, la mancanza di significato dell’attività scolastica.

In una prima fase la ministra si è dimostrato molto sensibile al fatto che il mondo dell’associazionismo fosse una risorsa importante proprio per includere tutti quei ragazzi che in questo momento storico avevano sancito una chiusura definitiva con la scuola. 

Sul piano locale, abbiamo avuto un tipo diverso di relazione con i docenti con cui collaboriamo. Il centro del nostro lavoro, del resto, è sempre stato quello di creare un ponte tra attività curricolari ed extra-curricolari. tra scuola ed extra-scuola. Qualcuno dei docenti ha cercato di andare oltre il recinto istituzionale, e in maniera informale ha cercato di mantenere viva la relazione educativa, al di là delle lezioni formali a distanza, ma in generale anche coloro che si sentivano con le mani legate hanno comunque valorizzato il lavoro di noi maestri di strada, e anche di altre associazioni, cercando di fare in modo che questa esperienza potesse essere centrale in questo momento storico. Abbiamo avuto in alcune scuole la possibilità di essere presenti nelle piattaforme istituzionali in orario di lezione curriculare. 

Quindi tu sei ottimista o pessimista sul futuro della scuola?

Più che pessimista sono attendista. Penso che le istituzioni debbano dare una risposta, che non è ancora arrivata. La scuola che riaprirà a settembre prossimo dovrà essere ripensata nelle fondamenta, non limitandosi a discutere gli aspetti sanitari,  le entrate e le uscita, o sui numeri di dei ragazzi per ogni classe.

Per quanto mi riguarda, sogno una scuola nuova, incentrata sull’ascolto del desiderio dei ragazzi e sullo stimolare la loro creatività.  Per cui la didattica dovrebbe non limitarsi alle lezioni frontali, ma essere arricchita da momenti laboratoriali, che permettono un coinvolgimento e una partecipazione maggiore degli studenti.

Interessante, dovremo fare un’altra intervista per approfondire la differenza tra lezioni e laboratori… 

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