Maestri di strada: Arteducazione a Napoli nel tempo “sospeso” del coronavirus

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Oggi apriamo questo spazio per informare sulle attività del Progetto Ascetate: l’arte è educazione. Il progetto vuole creare una comunità intergenerazionale cooperativa e riflessiva che diffonda le metodologie arteducative di Projeto Axé attraverso molteplici laboratori e performance di arteducazione. L’idea che l’arte è educazione, principio-guida di Axé applicato con grande successo in Brasile, può divenire il fulcro vitale in un processo educativo nel contesto napoletano, destinati in particolar modo ai giovani a rischio di emarginazione sociale, nelle scuole e nel territorio della città di Napoli e di riflesso su tutto il territorio Campano.

Questa l’idea di partenza, che ha dato vita a seminari e workshop gratuiti rivolti a docenti, educatori, psicologi, operatori del sociale e cittadini attivi, diffondendo le metodologie dell’arteducazione affinchè ognuno dei partecipanti possa applicarle nei propri contesti. L’arrivo del coronavirus, con tutto ciò che ne è seguito e che ben conosciamo, ha influito ovviamente su queste attività, ed è da qui che vorremmo partire, intervistando Nicola Laieta, il responsabile del progetto per Maestri di Strada, la onlus napoletana che si trova a gestire il lavoro sul campo, a contatto diretto con i ragazzi.


Intervista a cura di Giorgio Guzzetta, responsabile della comunicazione per il Progetto Ascetate

La pandemia e la quarantena hanno messo il mondo della scuola in grande difficoltà, come sappiamo. Nel momento in cui anche il semplice, concreto stare fisicamente insieme in classe diventa un problema per tutti, ci sono ragazzi che, invisibili anche in tempi, per così dire, normali, rischiano di diventare ancora più invisibili. Maestri di Strada è un’associazione che da tempo si occupa proprio di questi ragazzi invisibili. La prima domanda che viene in mente è appunto come avete reagito a questa situazione?

Credo che la reazione iniziale sia stata quella di tutti, è stato necessario del tempo per renderci conto di cosa stesse veramente accadendo, passare dall’idea che vedersi fisicamente almeno tra adulti fosse ancora possibile, con le dovute precauzioni, che in fondo si trattasse di una temporanea emergenza fino al momento in cui è stato chiara la portata dell’accadimento sulle vite di tutti e che fosse indispensabile restare a casa. Abbiamo affrontato questo trauma come facciamo quotidianamente nel nostro lavoro attraverso discussioni, confronti, e multivisioni, il nostro lavoro di gruppo, che si è svolto a distanza. Abbiamo adattato i nostri rituali, dandogli una nuova forma, più adatta alle tecnologie digitali divenute indispensabili per rimanere in contatto. La condivisione delle emozioni e dei pensieri di ogni operatore sono state il terreno fertile per generare una strategia condivisa di azione.

La multivisione è uno degli strumenti, delle pratiche che hanno caratterizzato il lavoro dei Maestri di Strada, una specie di marchio di fabbrica, se vogliamo. Puoi spiegarci un po’ di cosa si tratta?

La Multivisione è alla base di ogni nostra azione educativa e costituisce un importantissimo strumento di manutenzione psicologica che, sospendendo l’azione quotidiana, offre spazi di dialogo che facilitano lo sviluppo di un pensiero riflessivo e meta-riflessivo. Sono spazi fondamentali per elaborare le dimensioni emotive profonde che si avvicendano nell’agire educativo e, al contempo, generare un pensiero creativo gruppale capace di fronteggiare il caos. In questo modo si riesce a non pensarsi soli nel lavoro sul campo.

Quindi il primo momento è stata una riflessione collettiva e condivisa sulla situazione, a cui tutti gli operatori hanno partecipato, adattando al digitale le modalità di lavoro dei Maestri di Strada. Qual’è stato il risultato? Cosa è nato da questi scambi?

È nato il progetto R.E.M. (Resistenza Educativa in Movimento), attorno al quale la comunità dei Maestri di Strada, rinominata per l’occasione I CoroNauti, ha costruito la sua nuova forma di comunità educativa nel cyberspazio per raggiungere tutti i componenti della sua comunità (bambini, ragazzi, genitori, operatori, docenti rappresentanti del territorio, maestri d’arte…). Sono nate una serie di iniziative sui diversi canali social (Facebook,  per esempio) per combattere l’isolamento e lo scoraggiamento attraverso un contagio sociale e educativo, fatto di proposte, iniziative, arte, solidarietà.

Ci siamo mantenuti in costante contatto con i ragazzi e con le scuole, e, osservando le loro condizioni e raccogliendo notizie e dati dalle scuole con cui collaboriamo, ci siamo da subito resi conto di quanto questa situazione potesse accentuare e ampliare la dispersione, l’isolamento e l’esclusione dei ragazzi più fragili, sia per la propria condizione personale e familiare, sia per la mancanza di mezzi tecnologici adeguati.

Tutto questo sembrerebbe portare a un cambiamento, anzi forse ad una vera e propria frattura, rispetto al lavoro precedente. Certo la nuova situazione in cui viviamo oggi ha causato grandi trasformazioni, ma quello che mi chiedo è se esistono anche delle continuità rispetto al passato.

Forti del lavoro svolto quotidianamente molte idee che aspettavamo di realizzare sono nate con una velocità ed energia frutto del lavoro di più di 50 persone tra educatori, esperti, psicologi, genitori, docenti, peer educators, giovani e giovanissimi.

Coronauti oggi è presente su tutti i social network e su youtube con una sua pagina, da cui vengono continuamente rilanciate proposte, suggerimenti, sfide, racconti, opere artistiche, notizie.

Coronauti è un blog dove vengono pubblicati scritti di approfondimento su ogni singola iniziativa.

Coronauti è anche una radio che va in onda dal lunedì al sabato con una programmazione che vede protagonisti tutti i componenti della comunità.

Queste iniziative sono molto importanti per vivere “distanti ma uniti”, come bisogna fare oggi, per forza di cose. Ma non si rischia un po’ un’eccesso di astrazione e di freddezza? Non si rischia, cioè, di trascurare la dimensione materiale ed emotiva della comunicazione e della crescita sopratutto dei minori?

Come accade sempre nel nostro lavoro a queste considerazioni razionali si sono aggiunte le nostre emozioni , il desiderio di poter arrivare ai nostri ragazzi , di poterli rivedere, di poter continuare il nostro lavoro di accoglienza e di attivazione della loro intelligenza, energia e creatività. Dalla commistione di emozione e pensiero è nata l’intuizione dei Pacchi di viveri per la mente per chi è quasi totalmente escluso dalla connessione a distanza. Abbiamo capito che la relazione educativa e formativa non può prescindere dal “corpo a corpo”, è questo è stato un piccolo passo per rendere un minimo sostenibile questa emergenza, provando ad includere ed integrare tutti nella comunità educante.

All’interno del pacco un tablet, colori, acquerelli, penne, matite e soprattutto una lettera, un messaggio del proprio educatore per accorciare le distanze in tutte le dimensioni, emotive e cognitiva. Le reazioni dei ragazzi hanno compensato la distanza e la mancanza di relazione che noi per primi sentiamo. Contiamo di consegnare altri pacchi, abbiamo i tablet, abbiamo attivato le sim, abbiamo sanificato i furgoni, dobbiamo fare un tutorial. Sentiamo molta attenzione su questo piccolo evento e siamo anche un po’ emozionati.

Quest’idea dei pacchi mi sembra molto interessante. In situazioni di emergenza si tende sempre, in parte giustamente, a concentrarsi sulle necessità primarie, alimentari sopratutto, ma è giusto non dimenticare che per una vita piena occorre anche altro. Quali sono state le reazioni? Come sono stati ricevuti?

La consegna dei pacchi ha iniziato a creare, nel rispetto delle precauzioni necessarie un movimento pendolare tra presenza fisica e contatto digitale, dando nuove prospettive alle cose che possiamo realizzare a distanza. Fin qui abbiamo capito che in una situazione di isolamento è giusto dare ad ognuno la possibilità di scegliere quale sia il momento per dedicarsi al suo lavoro artistico, stimolato dal contenuto dei pacchi (colori, storie, copioni, oggetti teatrali…) da far confluire in incontri di chiacchiera e riflessione che portano alla realizzazione delle opere collettive. Sono sicuro che lentamente potremo conquistare altro terreno verso l’obbiettivo finale dei laboratori in presenza. La nostra sperò sarà un nuova normalità, facendo noi per primi tesoro di una riflessione, sensibilità, azioni rinnovate, facendoci ancora promotori di cambiamento verso una società più giusta e più bella. Nuovi e rinnovati saranno sicuramente anche i nostri linguaggi. Come ogni artista deve imparare a fare, un limite non deve essere vissuto solo come frustrazione ma come occasione di approfondimento e rinnovamento del proprio sguardo verso la realtà e della sua capacità di rappresentarsela e comunicarla, dunque in questa fase accogliamo tutti i nuovi apprendimenti che sono stati necessari per continuare a stare e creare insieme, innovazioni che non potranno che arricchire i nostri linguaggi espressivi.

A proposito di questo cambiamento di linguaggio, un’altra domanda, visto che ti occupi specificamente di teatro: in uno spettacolo teatrale,  diversamente da altre forme artistiche come la musica, in cui basta tenersi a distanza e suonare il proprio strumento per poter realizzare un concerto, è difficile, se non impossibile, recitare delle scene senza qualche tipo di interazione. Il che rende fare teatro nel tempo del cosiddetto social distancing un problema. Avete riflettuto su questo nel pensare il lavoro futuro nei gruppi teatrali e di danza? Sono venute fuori delle idee, delle ipotesi, delle soluzioni? Che tipo di teatro immaginate nell’immediato futuro?

L’unico teatro che possiamo immaginare è quello che nascerà dall’ascolto delle emozioni e pensieri della comunità delle nostre attività di Arteducazione, l’orizzonte è quello di tenere viva la nostra coralità, che è l’elemento fondante che da senso alle nostre attività in cui ognuno può sentirsi accolto con la sua unicità con il suo corpo i suoi sentimenti e le sue idee, e riconoscere la propria voce singolare nella polifonia che crea e rappresenta l’intero gruppo. Il desiderio di occupare nuovamente lo stesso spazio, di sentire fisicamente l’energia di ogni corpo e ogni voce, di perdersi nella vertigine della loro unione e infine la nostalgia dei nostri abbracci saranno la forza centrifuga che muoverà le mutazioni quotidiane che il nostro lavoro artistico a distanza, che non si è mai interrotto, continuerà ad avere fino al ritorno in scena.

Abbiamo capito che anche il teatro poteva essere la maniera di restare uniti e abbiamo deciso di continuare a provare stralci di spettacolo  e fare laboratorio  a distanza anche attraverso gli strumenti di videoconferenza e ricreando i nostri momenti di incontro e divertendoci a sperimentare nuovi linguaggi. Da questa situazione è nata  questa nuova fase di laboratori e incontri con i giovani del territorio e delle scuole con cui non perdiamo il contatto, alternando chiamate e video conferenze in cui ci rincontriamo virtualmente, chiacchieriamo, ascoltiamo, confrontiamo le nostre vite in quarantena per poi sperimentare esercizi teatrali adatti a questa situazione “speciale”.   La nostra relazione continua anche in piccoli gruppi realizzando video frammenti teatrali che vanno a comporre video opere collettive che riescono a restituirci il senso del nostro lavoro corale e della nostra impresa comune. Ora continuiamo a chiacchierare, confrontarci, leggere, creare, provare attraverso i mezzi tecnologici, realizzando favole audio, stop motion, video frammenti teatrali singoli e collettivi e tanto altro.

Quindi la passione per il teatro come strumento espressivo è sopravvissuta all’isolamento?

Quello che posso dire è che il legame che ogni singolo laboratorio di arteeducazione aveva costruito è riuscito a resistere a questo isolamento forzato e perfino alla freddezza del mezzo tecnologico.  Le narrazioni costruite attraverso gli spettacoli ad esempio ci hanno permesso di avere un linguaggio e delle metafore universali per comprendere quello che ci stava accadendo. Proprio all’inizio dell’emergenza corona virus la compagnia intergenerazionale di giovani e educ-attori  (educatori e psicologi formati al teatro che accompagnano nel loro percorso educativo i giovani coinvolti nel nostro laboratorio teatrale) era pronta per rimettere in prova un nostro spettacolo Che sia l’ultimo compleanno di guerra! tratto da Morso di Luna Nuova di  Erri De Luca e  Guerra Totale di Gabriella Gribaudi e poi partire per Genova per rappresentarlo nel magnifico Teatro della Tosse.

In questo spettacolo si narra di un altro momento di sconvolgimento della quotidianità, simile in parte a quello attuale: la convivenza di un piccola comunità di quartiere dentro un rifugio antiaereo nella Napoli della Seconda Guerra Mondiale.  La situazione vissuta attraverso la finzione teatrale è stata il filo narrativo per dare un senso  alla nostra quotidianità attuale raccontandocela come se rivivessimo in parte le vite dei personaggi che lo spettacolo ci aveva fatto interpretare. Tutti i ragazzi mi dicevano mi sembra di capire meglio adesso le parole di quel personaggio, quelle parole ora sono mie. Abbiamo capito che anche in questo caso il teatro poteva essere la maniera di restare uniti e abbiamo deciso di continuare a provare stralci di spettacolo  e fare laboratorio  a distanza anche attraverso gli strumenti di videoconferenza e ricreando i nostri momenti di incontro e divertendoci a sperimentare nuovi linguaggi da cui stanno nascendo scritture, artefatti artistici, audiolibri, video-opere.

Una riflessione sul futuro, sul dopo che prima o poi arriverà…

Una pausa così repentina a livello personale poteva essere interpretata come un momento di riflessione, di riposo, di riorganizzazione dei pensieri. Il lavoro educativo è però incentrato sui legami, sulla cura, sull’essere e l’esserci per l’altro. Abbiamo subito compreso che a restare a casa, senza la scuola, senza gli amici, senza lo spazio per giocare, correre, per fare sport, senza stimoli mentali sarebbero stati soprattutto i bambini, i ragazzi con cui cresciamo ogni giorno fianco a fianco.

Per il futuro posso solo dirti che la maniera di sentire e pensare questo particolare momento insieme  anche se a distanza si  è dimostrato la strada giusta per una progettazione in itinere delle mutazioni possibili e dei passi per tornare a un lavoro in presenza che potrà avvenire solamente tenendo ben presente, la responsabilità di prendere le giuste precauzioni, la sensibilità di rispettare le emozioni di ragazzi e operatori, la creatività che nasce dal miscuglio delle nostre soggettività per trovare giorno per giorno le forme diverse per non interrompere la nostra ricerca condivisa e corale. Il desiderio di occupare nuovamente lo stesso spazio, di sentire fisicamente l’energia di ogni corpo e ogni voce, di perdersi nella vertigine della loro unione e infine la nostalgia dei nostri abbracci saranno la forza centrifuga che muoverà le mutazioni quotidiane.

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