L’abitare condiviso aiuta a raggiungere la meta

Cagliari. Nella rete di Ampliacasa l’esperienza di Donne al Traguardo.

«Il traguardo è l’obiettivo che tutte le persone devono avere e che devi avere fisso davanti a te, per mantenere la rotta. Forse non lo raggiungerai mai, ma bisogna avercelo: questa è la differenza tra gli accattoni e i viandanti». Silvana Migoni è la presidente dell’associazione Donne al traguardo, nata nel 2001 a Cagliari per valorizzare la presenza femminile in tutti gli ambiti della società e per attivare forme di solidarietà nei confronti delle donne in difficoltà. All’inizio il circolo delle Donne al Traguardo era un centro di ascolto e un luogo in cui si organizzavano laboratori amatoriali aperti a tutti, ma subito venne organizzata una raccolta fondi con l’obiettivo di aprire una casa di accoglienza per donne in emergenza. Oggi Donne al Traguardo gestisce un centro antiviolenza e cinque strutture di accoglienza per donne in difficoltà, compresa una casa rifugio per quelle che hanno subito violenza. Dal primo gennaio il Comune di Cagliari ha stipulato una convenzione per un progetto per gli uomini senza fissa dimora e l’associazione punta ad aprire anche un dormitorio, grazie a un finanziamento della Fondazione Banco di Sardegna.

Abbiamo incontrato Silvana Migoni durante le giornate formative del progetto Ampliacasa, che si sono svolte a Roma il 16  il 17  febbraio 2018. Donne al Traguardo è infatti interessata al tema del co-housing anche perché l’abitare condiviso  è uno degli sbocchi che l’associazione ha individuato per permettere alle donne di raggiungere una piena autonomia.

La premessa è che l’associazione fa attività a 360°: prima accoglienza di donne in difficoltà, sostegno all’indigenza attraverso la raccolta e le redistribuzione di vestiti e beni di prima necessità, aggregazione sociale attraverso i laboratori e molte altre attività, accompagnamento al lavoro, sostegno psicologico attraverso i gruppi di auto mutuo aiuto. Insomma, cerca di articolare risposte diverse per bisogni diversi.

«Abbiamo cominciato un’esperienza di abitare condiviso per le donne, che dall’assistenza potevano passare all’autonomia. Mentre l’accoglienza nelle strutture è totalmente a nostro carico e ha un tempo limite (quattro mesi, che di solito è sufficiente per trovare soluzioni, anche se in alcuni casi – per esempio donne con le pene alternative al carcere o madri sole con neonati, i termini si possono allungare), qui le donne devono contribuire alle spese, e possono stare per un tempo illimitato».

Il problema è evitare che la condizione di “assistite” si cronicizzi: l’accoglienza fin dall’inizio ha l’obiettivo di riportare le persone all’autonomia. Per questo, «laddove ci sono fragilità di tipo economico, proponiamo di andare in appartamenti: li affitta l’associazione, che si intesta anche le utenze, sia perché queste persone non potrebbero avere un contratto d’affitto, in quanto non hanno una busta paga o un reddito, sia per stemperare possibili motivi di conflitto. Però loro devono contribuire alle spese. È quindi un abitare condiviso parzialmente sostenuto. L’abitare condiviso comunque consente di prendere la residenza».

Attualmente sono una dozzina le donne che fanno l’esperienza dell’abitare condiviso e in genere sono tre in un appartamento: «è un numero perfetto», spiega Migone, «perché due sono poche – se  si accende un conflitto è difficile risolverlo – mentre in tre la dinamica è più articolata».

La possibilità che scoppino conflitti c’è, ma si cerca di prevenirla con un’attenta fase di ascolto e valutazione, prima che inizi la convivenza.  «Molto dipende dalla nostra capacità, di capire se le diverse persone saranno in grado di convivere. È chiaro infatti, che si tratta di donne che vengono da storie di disagio più o meno intenso e tra l’altro non sempre, se c’è una patologia psichiatrica, emerge subito. Quindi molto dipende dal periodo di osservazione e dalle conclusioni che abbiamo tirato. Dopo, di solito, la convivenza funziona bene. Certo, abbiamo avuto anche persone molto particolari, come una donna che che aveva subito violenza e che aveva incubi, era sonnambula, gridava… All’inizio le donne che coabitavano avevano paura, poi si è chiarito qual era il problema e le cose sono andate meglio».

Il modello ormai è rodato, e gli esempi positivi sono molti. «Per esempio, c’è stato il caso di due donne con tre bambini: abbiamo fatto un progetto con un sostegno sul piano psicologico (una veniva dall’alcolismo, una da una storia di violenza di genere), e ha funziona bene: si aiutano, i bambini hanno legato tra loro». Adesso l’associazione sta allargando l’esperienza ad alcuni uomini senza fissa dimora.

A volte l’idea della coabitazione nasce dalle donne stesse e allora è tutto più facile. «Abbiamo donne che sono in casa rifugio in quanto vittime di violenza: spesso il progetto di andare a vivere insieme nasce proprio da loro. La diffidenza iniziale, che scatta quando si è accolti in una convivenza numerosa (la casa più grande che abbiamo accoglie anche 18 persone, più i bambini), si può superare. Si impara a conoscersi, ci si lega, si comincia a fare la spesa insieme, ad organizzarsi. Abbiamo accolto da poco una donna africana, tra l’altro molto intelligente, una mediatrice culturale. Nei gruppi di auto mutuo aiuto lei dice: qui è come essere in famiglia. Non è scontato, perché mettiamo insieme la donna nigeriana con bambini piccoli, quella italiana con bambini terribili, quella con il disturbo bipolare, quella senegalese sola… stiamo parlando di un disastro articolato, dove c’è di tutto. Ma raramente scatta il rifiuto».

C’è da dire che, quando passano all’abitare condiviso, le donne non vengono abbandonate: l’associazione continua a seguirle. Per esempio, continuano a partecipare ai gruppi di auto mutuo aiuto, come quelli per le donne vittime di violenza, che devono superare il trauma, oppure quelli di sostegno alla genitorialità. E usufruiscono delle varie forme di sostegno, compreso il vestiario… «Ma la nostra marcia in più», spiega la presidente, «è che offriamo un contesto. La violenza e il disagio nascono sempre da uno stato di profonda solitudine. Inoltre le persone, che hanno bisogno di aiuto, subiscono spesso lo stigma del pregiudizio, causato dalla povertà stessa (se sei povero è perché te lo sei voluto, è perché sei pigro, perché non sei capace…). Noi procuriamo un contesto aperto: tutte le nostre attività laboratoriali (una dozzina in varie discipline) sono aperte a tutti, quindi vieni perché vuoi farlo, esattamente come tutti gli altri, non perché hai bisogno. E trovi relazioni: l’aiuto viene accettato all’interno di una relazione: se non c’è è umiliante».

Per questo, il valore più importante è il tempo: «Il tempo di vita è limitato, per tutti noi, ma proprio per questo è la cosa più importante che possiamo condividere. Dare il nostro tempo è dare la nostra vita. Questo fa la differenza. Si entra in un rapporto educativo in cui c’è la libertà di dire alcune cose: “devi cambiare rotta”, perfino “devi fare lo shampoo”… Queste persone hanno bisogno anche di questo, perché nessuno ha mai detto loro cosa fare o cosa non fare. Ogni tanto serve una “scossa elettrica”, e all’interno di un rapporto vero ci sta anche la possibilità di una guida morale, che può dire adesso basta, devi uscire da questa dipendenza, devi trovarti un lavoro, devi darti da fare…». Perché non bisogna assuefarsi, adattarsi alla condizione di assistiti. «Alle nostre operatrici io dico sempre che noi dobbiamo fare i buttafuori: accoglienza sì, ma per “buttare fuori”, valorizzando le risorse delle persone», conclude Silvana Migoni.

Paola Springhetti

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