Lavoriamo per educare, ma basta baracche

A Messina l’oratorio San Luigi Guanella può contare su volontari motivati e preparati. Anche se il compito è arduo.

Arriva ogni pomeriggio, alle tre, determinata e disponibile, pronta per le due ore di volontariato con i ragazzi che frequentano l’oratorio San Luigi Guanella nella zona di Fondo Fucile, a Messina. È Giada Boemi, 22 anni, secondo anno di psicologia, forti motivazioni e convinzione che quello che fa è utile.

«Cosa facciamo qui? Salviamo il salvabile», spiega.  «Fondo Fucile è una zona a rischio, che tra l’altro ha un alto tasso di criminalità. I ragazzi sono attratti da questo ambiente e spesso prendono strade che non dovrebbero prendere». Qui vengono ogni pomeriggio: Giada – con un gruppetto di volontari, il sostegno di un gruppo scout e di un’insegnante in pensione – li fa studiare, «principalmente perché a casa non lo fanno, e poi perché quelli che sono in difficoltà non possono certo pagarsi un doposcuola privato. Gli facciamo fare i compiti, ma soprattutto lavoriamo sull’acquisizione delle conoscenze di base, quelle indispensabili per il loro futuro: saper fare un’addizione o una sottrazione, per esempio, per riuscire a comperarsi anche solo un paio di scarpe. O sapersi spiegare: per loro ad esempio è difficile parlare italiano: sono abituati al dialetto, che parlano in famiglia». E poi un approccio all’uso delle nuove tecnologie: «Con la scusa di una ricerca per la scuola, abbiamo insegnato loro a usare il computer. Può sembrare strano che un ragazzino di 13, 14 anni non ne sia capace, ma a casa non ce l’hanno, non possono permetterselo».

Un giorno ho chiesto che lavoro volevano fare da grandi, e un ragazzino ha risposto: spacciare

Questi sono ragazzi che vivono nelle baracche che si ammucchiano l’una sull’altra nel quartiere:«Questa loro condizione abitativa è un vero problema», spiega. «Al di là di come sono fatte (i tetti sono di eternit, che come si sa è cancerogeno), le baracche sono molto piccole. Non c’è riservatezza tra famiglia e famiglia, ma non c’è neanche all’interno della famiglia: i figli dormono con i genitori. Anche se volessero fare i compiti, non avrebbero uno spazio, un luogo dove mettersi. I miei nonni mi raccontano che una volta era così: si viveva tutti in una sola stanza, ma oggi non è accettabile. E loro lo sanno, e si vergognano a dirlo, perché, confrontandosi con gli altri, si rendono conto di vivere in una situazione particolare».

Buona parte dei genitori non lavora, alcuni sopravvivono grazie alla piccola criminalità. «Questo è l’esempio che gli adulti danno ai ragazzi. Un giorno ho chiesto che lavoro volevano fare da grandi, e un ragazzino ha risposto: spacciare. Rideva, ma secondo me in fondo in fondo diceva sul serio».

Giada, che questa situazione la conosce bene, perché sono ormai tre o quattro anni che fa volontariato qui, non si rassegna: nessuna situazione è irrimediabile. «Molti fanno finta di non vedere questi quartieri, fanno finta che questa realtà non esista. Ma esiste, coinvolge gli adulti e ricade sui ragazzi, cioè sulle nuove generazioni, quelle da cui dipende il futuro. Il loro e il nostro. E non è bello sapere che il nostro futuro è nelle mani di ragazzi che, nel migliore dei casi, non hanno idea di che cosa fare nella vita. Io mi sento coinvolta in tutto questo, e per questo tutti i giorni sono qui. Anche se quello che facciamo è una goccia nel mare, bisogna farlo. Per me è quasi un dovere. E devo dire che è piacevole: io con loro sono cresciuta molto».

L’entusiasmo non le impedisce di vedere le difficoltà. «Hanno un livello di concentrazione più basso della norma, e un linguaggio colorito, ma anche pieno di parolacce: sono aggressivi nel parlare. È difficile instaurare con loro un rapporto civile, farsi ascoltare quando si spiega qualche cosa… Bisogna sempre trovare dei giochi, delle attività che li coinvolgano».

L’oratorio ha un campetto, che è stato costruito dove prima c’erano altre baracche. «È un punto di incontro importante», spiega Giada. «A volte noi diamo per scontate cose che non lo sono. Giocando a calcetto imparano tanto: a rispettare le regole, prima di tutto, e poi a stare insieme».

Se riesco a portarli in terza media, vuol dire che il mio lavoro è servito

Già il fatto che i ragazzi giochino qui, cioè in un ambiente sano invece che per strada, è un primo risultato positivo, ma si punta più in alto: «La speranza è che, più stanno qua, più apprezzino quello che sperimentano, che si rendano conto che c’è un altro modo di vivere che non è quello di andare in giro a danneggiare le macchine. A volte mi chiedono: “ma non ti stanchi a studiare?”. Loro lo vivono come un obbligo. Io cerco di far capire che lo studio, l’istruzione sono importanti, e che studiare può essere anche piacevole. Istruzione e cultura sono fondamentali: bisogna formare uomini che pensino con la propria testa e che non si limitino ad imitare gli amici».

È una scommessa, ma qualche frutto già si vede. «Alcuni miglioramenti li abbiamo visti», dice Giada. «Per esempio, facciamo questo doposcuola da due o tre anni, e già vediamo che alcuni vengono promossi – mentre prima era normale la bocciatura. Già questa è una conquista: se riesco a portarli in terza media, vuol dire che il mio lavoro è servito. Noi seminiamo, poi sarà quel che sarà, ma credo che il doposcuola che hanno fatto con noi se lo ricorderanno sempre. Quindi sì, io spero in qualche cosa di meglio, spero che possiamo migliorare la situazione».

Per affrontare il problema alla radice, però, bisognerebbe cancellare le baracche e il modo di vivere che si portano dietro. «Bisogna dare case che siano case: quando piove, d’inverno, loro si trovano l’acqua dentro. E poi bisogna creare qualche struttura, qualche luogo di incontro. Come questo campetto, che è stato costruito dove c’erano le baracche abbattute anni fa…».

Paola Springhetti

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