CoAbitare: un ecosistema collaborativo

Intervento di Chiara Casotti, vice-presidente dell’associazione CoAbitare di Torino, all’incontro formativo del progetto Amplicasa che si è svolto il 16 e 17 febbraio 2018 a Roma

Abitualmente il termine co-housing viene declinato in modi molto diversi, anche all’interno della nostra associazione. Effettivamente parliamo non solo di  hardware  – la casa – ma anche software – le  relazioni –, e le relazioni cambiano, così ogni esperienza è una storia a sé.

CoAbitare è un’associazione nata nel 2007 – l’anno scorso abbiamo festeggiato i 10 anni di vita – fondata da un gruppo di persone per promuovere un modello abitativo, che fosse solidale e in cui ci si potesse aiutare tra vicini e che potesse accompagnare un modello sociale partecipativo e sostenibile, un differente modo di abitare. Come si può leggere dal nostro sito: «Non più condomini dove la gente non si conosce e appena si saluta, ma realtà abitative, in cui le persone hanno obiettivi comuni, si aiutano reciprocamente, si frequentano, organizzano occasioni d’incontro rivolte anche all’esterno, pur mantenendo l’assoluta indipendenza del proprio spazio abitativo privato».

Questo modello in Italia non c’era: era presente all’estero ed era, per esempio, molto diffuso nel Nord Europa, dove è nato quando le donne sono entrate massicciamente nel mercato del lavoro e si è quindi posto il problema di come gestire la casa e i figli. Si inizia così: con la condivisione dei servizi, attraverso il pagamento di personale.  In un secondo momento, i coabitanti decidono di mettersi insieme e, in forme autogestite, di portare avanti tali servizi negli spazi comuni.

 

L’importanza di fare rete

Il modello dell’abitare collaborativo in Italia non ha una struttura legislativa, e questo rende più difficile muoversi in questo ambito. Anche perché, oltre a non esserci un quadro legislativo, non c’è uno Stato che finanzi progetti di cohousing in affitto, con spazi individuali e spazi comuni, come invece è successo in Svezia. Gli spazi comuni, ridotti al minimo nei condomini tradizionali, sono quelli che abilitano le relazioni e gli scambi; ma non possiamo negare che questi spazi comuni sono un costo. E come lo si affronta?

Per affrontare problemi come quello accennato, è nata l’esigenza di una raccolta delle buone pratiche  presenti sul territorio italiano, dove ormai si possono contare un certo numero di esperienze realizzate. È utile guardare anche ad esperienze più longeve di altre nazioni, per vedere cosa possiamo importare e tradurre nella realtà italiana.

Possiamo dire che un movimento dal basso, in varie parti d’Italia, si è costituito nella Rete italiana Cohousing: una rete informale che funziona come contenitore, in cui si scambiano esperienze e informazioni. Siamo stati contattati in seguito da una piattaforma europea di community-led housing coordinata da urbaMonde e da ID22 (Institute for Creative Sustainability), per far parte di un movimento più ampio che si sta coordinando su basi transnazionali. Anche a livello europeo, quindi, c’è l’esigenza di confrontarsi con altre realtà,  scambiarsi informazioni specialmente relative alle leggi o agli  accordi stipulati con le Amministrazioni locali. Tutto questo perché è importante riuscire a collaborare tra Enti e rapportarsi in maniera più strutturata con le pubbliche amministrazioni , specialmente per chi, come noi, ha un modello associazionistico basato sul volontariato. Noi tra l’altro ci consideriamo anche i “fratelli” degli ecovillaggi, esperienze con le quali abbiamo alcuni aspetti in comune.

 Perché funziona

Fino a qualche anno fa le persone confondevano co-housing, social housing e comuni. Più o meno tutti, quando pensavano a forme di abitare insieme, pensavano alle comuni di tipo sessantottino. Invece il modello europeo è molto diverso, molto più funzionale e meno idealistico, e nasce con l’idea di far collaborare le persone che abitano in un contesto e che decidono di investire sulla comunità e sulle relazioni. Non è una cosa a portata di tutti: servono motivazioni e forse una certa predisposizione. Ma avendo visto molte realtà all’estero, posso dire che funziona, soprattutto per le persone fragili o sole, che in un contesto di vicinato collaborativo ritrovano forza, autostima ed anche la capacità di diventare a loro volta promotori di relazioni.

In Italia sono state fatte una serie di iniziative per promuove l’abitare collaborativo. Dal 2014 HousingLab organizza  a Milano Experiment Days, la fiera dell’abitare collaborativo durante la quale vengono presentate le esperienze collaborative relative all’abitare. Dal 2016, come Rete italiana Cohousing, ci siamo uniti ad una rete europea per promuovere un mese di manifestazioni a “porte aperte”, coordinate dai francesi di Coordin’Action, che ha goduto di una copertura stampa notevole, proprio perché avevamo l’obiettivo di farci conoscere, per far conoscere i benefici del cohousing.

La rete italiana cohousing si ritrova, circa una volta l’anno, per confrontarsi anche sugli strumenti utili per affrontare le criticità: non è sempre facile vivere in un contesto che mette le relazioni al centro. Ma condividere è davvero moltiplicare. L’anno scorso ci siamo riuniti per ragionare una proposta di legge che il C.R.E.S.E.R. (Coordinamento Regionale per l’economia solidale Emilia Romagna) voleva presentare alla Regione. Unendo punti di vista ed esperienze siamo riusciti a definire un progetto condiviso.

 Le esperienze di Torino

A Torino ci sono due modelli di co-housing. Uno è Numero Zero, a Porta Palazzo, che forse è uno dei primi in Italia. Negli anni settanta e successivi sono stati costruiti alcuni condomini con spazi comuni molto ampi, ma è stato negli anni duemila che si è vista un’ondata di maggiore consapevolezza, e un gruppo di persone ha deciso di unirsi comperando un immobile in un quartiere allora molto degradato, il centro storico. E anche l’idea di andare in un quartiere considerato pericoloso è stata una sfida. L’idea era che il co-housing doveva aprirsi al quartiere e infatti Numero Zero collabora per fare feste di quartiere, offrire i suoi locali ad associazioni di volontariato per le loro attività e così via. Dalla casa ci si apre al quartiere per rigenerare le relazioni.  Numero Zero è costituita da otto unità abitative, quindi è piccola, ma è stata un’esperienza innovativa: persone singole e nuclei familiari hanno deciso di fare qualche cosa che prima non c’era.

SoLE Cohousing invece è un’esperienza nata dalla cooperativa Frassati, una grossa realtà che a Torino è molto attiva nel sociale con vari livelli di servizi. Hanno deciso di comperare una piccola casa, per studiare un modello di accoglienza molto particolare: dei sei appartamenti, tre sono destinati a co-houser con affitti a lungo termine, che dopo un percorso di accompagnamento costituiranno un nucleo forte, per accogliere gli abitanti degli altri tre appartamenti. Uno di questi è dedicato all’housing first, e quindi a una persona che esce da un disagio abitativo grave, che così può avere un periodo-cuscinetto per la conquista della completa autonomia; e gli altri due sono invece dedicati all’housing temporaneo: padri separati, studenti, lavoratori fuori sede. È un modello piccolo, ma coraggioso, di accoglienza, che si basa sull’idea che le relazioni sono quelle che cementano, includono, e aiutano a superare i problemi.

 

L’abitare condiviso aiuta a raggiungere la meta

Cagliari. Nella rete di Ampliacasa l’esperienza di Donne al Traguardo.

«Il traguardo è l’obiettivo che tutte le persone devono avere e che devi avere fisso davanti a te, per mantenere la rotta. Forse non lo raggiungerai mai, ma bisogna avercelo: questa è la differenza tra gli accattoni e i viandanti». Silvana Migoni è la presidente dell’associazione Donne al traguardo, nata nel 2001 a Cagliari per valorizzare la presenza femminile in tutti gli ambiti della società e per attivare forme di solidarietà nei confronti delle donne in difficoltà. All’inizio il circolo delle Donne al Traguardo era un centro di ascolto e un luogo in cui si organizzavano laboratori amatoriali aperti a tutti, ma subito venne organizzata una raccolta fondi con l’obiettivo di aprire una casa di accoglienza per donne in emergenza. Oggi Donne al Traguardo gestisce un centro antiviolenza e cinque strutture di accoglienza per donne in difficoltà, compresa una casa rifugio per quelle che hanno subito violenza. Dal primo gennaio il Comune di Cagliari ha stipulato una convenzione per un progetto per gli uomini senza fissa dimora e l’associazione punta ad aprire anche un dormitorio, grazie a un finanziamento della Fondazione Banco di Sardegna.

Abbiamo incontrato Silvana Migoni durante le giornate formative del progetto Ampliacasa, che si sono svolte a Roma il 16  il 17  febbraio 2018. Donne al Traguardo è infatti interessata al tema del co-housing anche perché l’abitare condiviso  è uno degli sbocchi che l’associazione ha individuato per permettere alle donne di raggiungere una piena autonomia.

La premessa è che l’associazione fa attività a 360°: prima accoglienza di donne in difficoltà, sostegno all’indigenza attraverso la raccolta e le redistribuzione di vestiti e beni di prima necessità, aggregazione sociale attraverso i laboratori e molte altre attività, accompagnamento al lavoro, sostegno psicologico attraverso i gruppi di auto mutuo aiuto. Insomma, cerca di articolare risposte diverse per bisogni diversi.

«Abbiamo cominciato un’esperienza di abitare condiviso per le donne, che dall’assistenza potevano passare all’autonomia. Mentre l’accoglienza nelle strutture è totalmente a nostro carico e ha un tempo limite (quattro mesi, che di solito è sufficiente per trovare soluzioni, anche se in alcuni casi – per esempio donne con le pene alternative al carcere o madri sole con neonati, i termini si possono allungare), qui le donne devono contribuire alle spese, e possono stare per un tempo illimitato».

Il problema è evitare che la condizione di “assistite” si cronicizzi: l’accoglienza fin dall’inizio ha l’obiettivo di riportare le persone all’autonomia. Per questo, «laddove ci sono fragilità di tipo economico, proponiamo di andare in appartamenti: li affitta l’associazione, che si intesta anche le utenze, sia perché queste persone non potrebbero avere un contratto d’affitto, in quanto non hanno una busta paga o un reddito, sia per stemperare possibili motivi di conflitto. Però loro devono contribuire alle spese. È quindi un abitare condiviso parzialmente sostenuto. L’abitare condiviso comunque consente di prendere la residenza».

Attualmente sono una dozzina le donne che fanno l’esperienza dell’abitare condiviso e in genere sono tre in un appartamento: «è un numero perfetto», spiega Migone, «perché due sono poche – se  si accende un conflitto è difficile risolverlo – mentre in tre la dinamica è più articolata».

La possibilità che scoppino conflitti c’è, ma si cerca di prevenirla con un’attenta fase di ascolto e valutazione, prima che inizi la convivenza.  «Molto dipende dalla nostra capacità, di capire se le diverse persone saranno in grado di convivere. È chiaro infatti, che si tratta di donne che vengono da storie di disagio più o meno intenso e tra l’altro non sempre, se c’è una patologia psichiatrica, emerge subito. Quindi molto dipende dal periodo di osservazione e dalle conclusioni che abbiamo tirato. Dopo, di solito, la convivenza funziona bene. Certo, abbiamo avuto anche persone molto particolari, come una donna che che aveva subito violenza e che aveva incubi, era sonnambula, gridava… All’inizio le donne che coabitavano avevano paura, poi si è chiarito qual era il problema e le cose sono andate meglio».

Il modello ormai è rodato, e gli esempi positivi sono molti. «Per esempio, c’è stato il caso di due donne con tre bambini: abbiamo fatto un progetto con un sostegno sul piano psicologico (una veniva dall’alcolismo, una da una storia di violenza di genere), e ha funziona bene: si aiutano, i bambini hanno legato tra loro». Adesso l’associazione sta allargando l’esperienza ad alcuni uomini senza fissa dimora.

A volte l’idea della coabitazione nasce dalle donne stesse e allora è tutto più facile. «Abbiamo donne che sono in casa rifugio in quanto vittime di violenza: spesso il progetto di andare a vivere insieme nasce proprio da loro. La diffidenza iniziale, che scatta quando si è accolti in una convivenza numerosa (la casa più grande che abbiamo accoglie anche 18 persone, più i bambini), si può superare. Si impara a conoscersi, ci si lega, si comincia a fare la spesa insieme, ad organizzarsi. Abbiamo accolto da poco una donna africana, tra l’altro molto intelligente, una mediatrice culturale. Nei gruppi di auto mutuo aiuto lei dice: qui è come essere in famiglia. Non è scontato, perché mettiamo insieme la donna nigeriana con bambini piccoli, quella italiana con bambini terribili, quella con il disturbo bipolare, quella senegalese sola… stiamo parlando di un disastro articolato, dove c’è di tutto. Ma raramente scatta il rifiuto».

C’è da dire che, quando passano all’abitare condiviso, le donne non vengono abbandonate: l’associazione continua a seguirle. Per esempio, continuano a partecipare ai gruppi di auto mutuo aiuto, come quelli per le donne vittime di violenza, che devono superare il trauma, oppure quelli di sostegno alla genitorialità. E usufruiscono delle varie forme di sostegno, compreso il vestiario… «Ma la nostra marcia in più», spiega la presidente, «è che offriamo un contesto. La violenza e il disagio nascono sempre da uno stato di profonda solitudine. Inoltre le persone, che hanno bisogno di aiuto, subiscono spesso lo stigma del pregiudizio, causato dalla povertà stessa (se sei povero è perché te lo sei voluto, è perché sei pigro, perché non sei capace…). Noi procuriamo un contesto aperto: tutte le nostre attività laboratoriali (una dozzina in varie discipline) sono aperte a tutti, quindi vieni perché vuoi farlo, esattamente come tutti gli altri, non perché hai bisogno. E trovi relazioni: l’aiuto viene accettato all’interno di una relazione: se non c’è è umiliante».

Per questo, il valore più importante è il tempo: «Il tempo di vita è limitato, per tutti noi, ma proprio per questo è la cosa più importante che possiamo condividere. Dare il nostro tempo è dare la nostra vita. Questo fa la differenza. Si entra in un rapporto educativo in cui c’è la libertà di dire alcune cose: “devi cambiare rotta”, perfino “devi fare lo shampoo”… Queste persone hanno bisogno anche di questo, perché nessuno ha mai detto loro cosa fare o cosa non fare. Ogni tanto serve una “scossa elettrica”, e all’interno di un rapporto vero ci sta anche la possibilità di una guida morale, che può dire adesso basta, devi uscire da questa dipendenza, devi trovarti un lavoro, devi darti da fare…». Perché non bisogna assuefarsi, adattarsi alla condizione di assistiti. «Alle nostre operatrici io dico sempre che noi dobbiamo fare i buttafuori: accoglienza sì, ma per “buttare fuori”, valorizzando le risorse delle persone», conclude Silvana Migoni.

Paola Springhetti

La sfida dei nuovi bisogni

Un gruppo di ricerca analizza le esperienze della rete di Acjsif per individuare un nuovo modello di co-housing.

Tiziana Tarsia, ricercatrice dell’Università di Messina, dove insegna Scienze del Servizio Sociale, fa parte del Gruppo di supporto alla costruzione del modello di co-housing, che è uno degli obiettivi del progetto Ampliacasa. Del gruppo fanno parte anche Antonella Sarlo, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, con Monica Musolino e Maria Giuffrida, esperte di co-housing.

Il motivo per cui un progetto come questo ha bisogno di un supporto scientifico è legato al fatto che «La questione dell’accoglienza in Italia ha una storia radicata e importante, che però in alcuni contesti rischia di irrigidirsi in forme, che non sono le più adatte a questi tempi», spiega Tarsia. «I bisogni sono cambiati e di conseguenza anche l’accoglienza deve trovare risposte a domande sempre più complesse. Il supporto scientifico serve a questo: prende situazioni concrete e le astrae, facendo riferimento ad un modello teorico, per poi ritornare alle esperienze con una visione più ampia».

Per questo il gruppo si è mosso, censendo le esperienze di accoglienza della rete di Acisjf – che sono otto – e inviando un questionario di rilevazione. Questa prima fase è appena terminata: «Stiamo iniziando a mettere a confronto i materiali che abbiamo raccolto, per cogliere punti comuni e differenze. L’obiettivo è individuare alcune prassi, che possano essere proiettate in un modello innovativo di co-housing», racconta Tarsia. «In attesa dei risultati, possiamo dire che le esperienze dell’Acisjf hanno una forte identità comune: hanno uno stile di accoglienza comune, anche se con differenze sui vari territori. Sono esperienze caratterizzate da proattività e dall’obiettivo di creare autonomia per le donne che vengono accolte».

Il passo dall’accoglienza al co-housing non è scontato.  Nel co-housing, infatti, «c’è la determinazione di più persone di mettersi insieme per costruire un progetto di vita comune ma di solito si tratta di persone autonome, non si tratta di persone con  bisogni legati a situazioni di svantaggio o marginalità. E infatti, se si guarda alle esperienze italiane, si scopre che il co-housing è un modello generalmente legato a persone di classe sociale medio-alta».

La scommessa, quindi, è capire come allacciare queste esperienze alle situazioni di fragilità di cui si occupa Acisjf, cioè persone – in particolare donne – che, almeno inizialmente, l’autonomia non ce l’hanno. «Questo è il punto – continua Tarsia –, oggi ci sono altri bisogni, per i quali il vivere insieme potrebbe essere una soluzione. Ma a quale condizioni?  La scommessa è collocare questa esperienza dentro percorsi che permettano alle persone di conquistarsela, l’autonomia, perseguendo un progetto di vita indipendente, che consenta un graduale distanziamento dall’assistenza e l’uscita dal sistema dei servizi».

L’analisi dei materiali raccolti dunque continua: i risultati saranno condivisi con i partner a febbraio, durante un apposito incontro formativo, nel frattempo si sta procedendo alla disamina delle varie buone pratiche di co-housing a livello nazionale, per poter avere un ventaglio ampio di riferimento.

Paola Springhetti

Messina: nuova rete dell’accoglienza

Nuova tappa nel cammino del progetto Ampliacasa: chiamate a raccolta tutte le realtà del territorio impegnate in servizi di accoglienza.

Venti volontari e diverse le realtà coinvolte per pensare ad una nuova rete dell’accoglienza per la città di Messina. Si è svolto lo scorso 9 aprile un incontro presso i locali della Casa di accoglienza per donne con bambini del C.I.R.S. Messina (Comitato Italiano Reinserimento Sociale). L’evento è stato promosso nell’ambito del progetto Ampliacasa, l’Acisjf per il cohousing – risposta innovativa delle reti di volontariato per l’accoglienza, sostenuto da Fondazione Con il Sud.

«Le associazioni presenti si occupano a vario titolo sul territorio di servizi d’accoglienza – spiega Lidia Beninati, presidente del gruppo Acisjf Messina Terra Solidale – in particolare vi erano il C.I.R.S. Onlus, l’Oratorio San Luigi Guanella, l’A.C.C.I.R. (Associazione Cattolica Culturale Italiana Radioperatori), la F.I.D.A.P.A. (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari), il Centro Aiuto alla Vita, Non solo 15 Onlus».

Al centro della condivisione un obiettivo primario: costruire una rete territoriale dell’accoglienza, attraverso la testimonianza delle esperienze peculiari che ciascuna associazione vive in prima linea.

«Ogni partecipante ha raccontato il proprio vissuto in merito al servizio svolto nell’associazione di appartenenza. È emerso un ampio panorama di esperienze rivolte a persone con disabilità, donne vittime di violenza, adolescenti con disagio sociale, ragazze madri, famiglie con bambini ospedalizzati, immigrati» commenta Beninati.

Tante realtà diverse ed eterogeneo il servizio di accoglienza offerto ma con un comune denominatore: «È emerso che accogliere è soprattutto accettare l’altro senza pregiudizio, dare ascolto alla sua richiesta di aiuto e sostenerlo nel cercare insieme le possibili soluzioni per affrontare e superare il disagio vissuto» conclude la presidente di Acisjf Messina Terra Solidale.

Da Messina è l’alba di una storia, quella di una rete pronta a rispondere alle nuove sfide dell’accoglienza.

Mariarosaria Petti

 

 

In Sardegna un nuovo centro per sperimentare il cohousing

Ad Arbus un nuovo centro di ascolto e una struttura in cui donne sole e persone fragili potranno sperimentare percorsi di autonomia grazie al cohousing.

Sul nostro territorio il problema della casa è molto sentito e coinvolge particolarmente le persone fragili, che hanno bisogno non solo di un luogo dove abitare, ma anche di percorsi di accompagnamento verso l’autonomia. Il cohounsing è una risposta a questa duplice esigenza.

Ad Arbus sta nascendo un nuovo centro di ascolto e una esperienza innovativa di cohousing, rivolta in particolare alle giovani donne che per vari motivi si trovano lontane dalla propria famiglia e dal proprio ambiente.

Tutto questo grazie ad Acisjf (Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane), associazione che lavora per offrire opportunità di realizzazione, senza distinzione di nazionalità, religione e appartenenza sociale, alle giovani donne.

Questo progetto di Acisjf Cagliari si colloca all’interno di Ampliacasa – L’Acisjf per il cohousing. Risposta innovativa delle reti di volontariato per l’accoglienza, un progetto finanziato dalla Fondazione Con il Sud, che ha l’obiettivo di sperimentare e avviare forme innovative di accoglienza, in cui le persone fragili possano trovare, oltre a un tetto, un percorso di accompagnamento verso l’autonomia, in un’ottica di mutuo aiuto e di compartecipazione.

L’associazione, che nella nostra regione è nata nel 2013, è parte di Acisjf Nazionale, che da più di cent’anni è presente su tutto il territorio nazionale con 15 case di accoglienza e comunità per minori, per un totale di circa 600 posti letto. Può quindi contare su una rete di esperienze e di competenze con cui confrontarsi.

Il progetto e le conseguenti iniziative saranno presentate in un incontro che si terrà sabato 23 settembre, alle ore 17.00, presso il Cineteatro Murgia Via Pio Piras, a Guspini.

Al convegno interverrà il vescovo, padre Roberto Carboni, la presidente nazionale Patrizia Pastore e la presidente emerita Emma Cavallaro. Sarà un’occasione per conoscere l’associazione e, per chi lo vorrà, per aderire al progetto.

 

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